Lo Strano Vizio Della Signora Wardh

lo strano vizio della signora wardhdi Sergio Martino (Italia/Austria, 1971)

Tra i tanti gialli diretti dal prolifico Sergio Martino, “Lo Strano Vizio Della Signora Wardh” si ritaglia uno spazio importante. Si tratta del primo banco di prova del regista con il genere, un’opera già matura per mietere consensi soprattutto al di fuori dei nostri confini nazionali, dove il film è considerato da tempo un cult a tutti gli effetti. Il merito di questo successo è da ricercare in una formula ricca di validi ingredienti, prima di tutto un cast di rilievo (con una magnetica Edwige Fenech in stato di grazia) e poi ancora una suadente colonna sonora curata da Nora Orlandi. Infine, la location viennese (con una puntata in Spagna) riesce a trasmetterci bellezza e inquietudine, un algido affresco mitteleuropeo nel quale prendono vita le contorte vicende.
Il fatto stesso che il comandamento ci dica ‘non ammazzare’, ci rende consapevoli e certi che noi discendiamo da una interrotta catena di generazioni di assassini, il cui amore per uccidere era nel loro sangue come, forse, è anche nel nostro”. Questa eloquente frase di Sigmund Freud posta all’inizio del film introduce gli eventi: Julie Wardh, moglie di un diplomatico, si sente minacciata da un maniaco sessuale. Nel frattempo è perseguitata dal suo amante Jean (Ivan Rassimov), soprattutto quando egli scopre che la donna ha cominciato a frequentare un altro uomo, George (George Hilton). La storia procede con un buon ritmo verso il finale, l’unico momento in cui la pellicola perde il suo mordente e la sua potenza evocativa, a causa di eccessivi cambi di rotta e spiegoni non essenziali. Ma fino a quell’istante “Lo Strano Vizio Della Signora Wardh” è un’opera che lascia incantati, sia per le atmosfere oniriche che per alcune immagini che trasudano poesia e morbosità: è il caso delle splendide sequenze al ralenti con Julie colpita e picchiata prima di fare sesso (con spiccate tendenze sadomaso), senza dimenticare la scena cult con l’omicidio nel parco della città austriaca (ricalcata pochi mesi dopo da Dario Argento in “4 Mosche Di Velluto Grigio”).
Martino che influenza Argento e viceversa ovviamente, perché il regista qui in esame aveva assimilato per bene l’impianto thrilling presente in “L’Uccello Dalle Piume Di Cristallo” (1970), a cui però viene aggiunta una deriva erotica costante (con tanto di strizzata d’occhio alle opere di fine 60s dirette da Umberto Lenzi). Ma possiamo risalire ancora più indietro, perché “Lo Strano Vizio Della Signora Wardh” cita volutamente “Psycho” (1960) nella scena della doccia, fino alle radici narrative che riportano in mente un film veramente importante per lo sviluppo del genere, “I Diabolici” (1955) di Henri-Georges Clouzot. Un albero genealogico ricco di sfumature e di ramificazioni, che in Italia esplode proprio con la grande stagione del giallo. Lo stesso Sergio Martino inanella un film dopo l’altro tra il 1971 e il 1973, mostrando un talento visionario fuori dal comune (“Tutti I Colori Del Buio”) e una dimestichezza con un linguaggio cinematografico ormai assimilato in maniera totale (“I Corpi Presentano Tracce Di Violenza Carnale”), ultimo lavoro di un ciclo che si completa con il meno efficace “La Coda Dello Scorpione” e il criptico (fin dal titolo) “Il Tuo Vizio è Una Stanza Chiusa e Solo Io Ne Ho La Chiave”. Un insieme di pellicole che hanno poco da invidiare ad altre più celebrate del periodo, infatti all’estero lo hanno capito fin da subito. Poi quando c’è Edwige Fenech è tutto più bello, almeno per noi maschietti.

4

(Paolo Chemnitz)

lo strano vizio

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