Blue Ruin

blue ruindi Jeremy Saulnier (Stati Uniti, 2013)

Dwight (Macon Blair) vive alla giornata dentro una Pontiac blu arrugginita, è un senzatetto sconvolto dalla morte dei suoi genitori per mano di un assassino. Quando la polizia gli comunica che l’omicida è di nuovo a piede libero per l’attuazione di una legge locale, l’uomo rimette in moto l’automobile per ritrovare quel killer. Trascorrono appena venti minuti, i dialoghi sono praticamente inesistenti, ma la vendetta viene consumata in un silenzio ipnotico. I nostri occhi sono ancora incollati allo schermo, è il sangue a parlare e la potenza delle inquadrature fa tutto il resto.
“Blue Ruin” è un film atipico per il genere: ciò che solitamente avviene al termine dei fatidici novanta minuti, qui accade immediatamente. Così, quello che poteva sembrare un classico revenge movie, ribalta ogni regola. Il primo omicidio è solo l’inizio di una lunga faida tra famiglie, col trascorrere dei minuti conosciamo infatti alcuni personaggi che ci aiutano a ricomporre un puzzle davvero intrigante (e per certi versi sconcertante), mentre nel frattempo il protagonista si rade la barba e comincia una nuova avventura (una rinascita vera e propria) mosso da un obiettivo, l’unico possibile, ovvero portare a termine una missione molto più complicata rispetto alle premesse iniziali.
Jeremy Saulnier ci consegna un film a suo modo miracoloso: i tempi narrativi avvolgenti e dilungati, qualche piccola concessione allo humour (la scena nel fast food con la richiesta del ketchup in un momento cruciale), quella fotografia plumbea che predilige ovviamente il blu, sono tanti gli ingredienti che rendono “Blue Ruin” un grande lavoro, ognuno dei quali dosato nella quantità ideale. Inoltre il personaggio di Dwight è eccezionale, non è il solito spietato a caccia di vendetta ma è un individuo inetto, completamente inefficace per svolgere quel compito. Questa sua componente umana lo rende terreno, più vicino alla realtà, affine alla nostra percezione e alle nostre emozioni. Ci troviamo in Virginia e anche la location gioca un ruolo importante, è la provincia americana che cela sempre alcuni segreti inconfessabili, come l’arsenale di fucili nascosto in casa dell’amico obeso del protagonista, una riflessione sull’uso smisurato delle armi da fuoco capaci di risolvere qualunque situazione di pericolo (accade anche nella scena del portabagagli, la quale si conclude con un beffardo epilogo da guilty pleasure).
“Blue Ruin” trova la forza nel suo minimalismo e nelle parole non dette, lasciandoci seguire una scia di sangue e di vendette familiari dalla quale è impossibile venir fuori. Saulnier realizza un piccolo capolavoro del cinema indie americano ed è un peccato che successivamente abbia seguito una strada più convenzionale e di facile presa (“Green Room”, film riuscito ma non imprescindibile). In attesa di “Hold The Dark” (2018), opera in fase di post-produzione, dove ritroveremo Macon Blair (in compagnia di Alexander Skarsgård), questa volta impegnato tra i ghiacci dell’Alaska.

5

(Paolo Chemnitz)

blue ruin(1)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...