La Collina Del Disonore

di Sidney Lumet (Gran Bretagna, 1965)

“La Collina Del Disonore” (“The Hill”) rappresenta una delle tante eccellenze raggiunte da Sidney Lumet, in quel periodo reduce da altre due pellicole di assoluta importanza (“L’Uomo Del Banco Dei Pegni” ma soprattutto il fondamentale “A Prova Di Errore”). Il compianto regista di Philadelphia qui realizza (in Andalusia) uno dei film più amari e spietati in ottica antimilitarista, anticipando certe tematiche trattate in seguito da molte opere uscite durante gli anni settanta e ottanta (pensiamo ad esempio al classico di Kubrick “Full Metal Jacket”). Cinema di guerra? Fino a un certo punto, perché “La Collina Del Disonore” più che altro è un prison movie interamente ambientato in un campo di detenzione del nord Africa.
Gli eventi si svolgono durante la seconda guerra mondiale: alcuni soldati britannici condannati per vari motivi dal tribunale militare, finiscono in questo carcere circondato dal deserto per essere rimessi in riga dai loro superiori. Ne conosciamo cinque, tra cui il ribelle Joe Roberts (un tagliente Sean Connery) e il gigante nero Jacko King (Ossie Davies), i due personaggi chiave del film. Con un comandante della prigione privo del giusto carattere, la disciplina viene fatta rispettare dall’infame sergente Williams (un ottimo Ian Hendry), un sadico aguzzino capace di portare allo stremo questi poveri malcapitati. Il titolo della pellicola si riferisce a una collina di sabbia costruita nel cuore del campo, dove Williams costringe questi militari a un continuo saliscendi sotto il sole più cocente. Violenza, razzismo, sevizie e umiliazioni di ogni tipo, l’umanità trova davvero poco spazio in questo cinico lungometraggio che mostra tutto il marcio di un sistema gerarchico completamente fuori controllo. Non c’è neanche bisogno di combattere una guerra contro qualcuno, perché il nemico è in casa propria e indossa la stessa divisa. Riflessioni amare e persino beffarde, considerando poi quel finale tra i più intensi visti nel cinema di Lumet.
Nonostante la fotografia in b/n, i primi piani sui volti incarogniti dei protagonisti e alcune accortezze tecniche (fantastica la soggettiva con la maschera antigas) ci permettono di toccar con mano il clima torrido di quel campo, dove il sudore scivola via dal corpo in un misto di rabbia e frustrazione. Ma il grande pregio di questo lavoro va ricercato nella costante tensione drammatica all’interno della quale vengono incanalate le vicende: un climax che non fa sconti, grazie anche all’impeccabile sceneggiatura scritta da Ray Rigby (premiato lo stesso anno a Cannes).
“La Collina Del Disonore” è un film tragicamente poco conosciuto rispetto alla sua grandezza, un piccolo capolavoro capace di mettere a nudo l’idiozia del potere e di chi lo esercita attraverso i metodi più sconcertanti. Basta una sola bollente location per elevare alla potenza questo cieco fanatismo, un incubo da cui ancora non siamo riusciti a liberarci.

(Paolo Chemnitz)

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