Cargo 200

c200V5BNTc5MDAxNzYwMl5BMl5BanBnXkFtZTgwNzYzMTA2MDE@._V1_di Aleksej Balabanov (Russia, 2007)

1984: l’Unione Sovietica è in guerra con l’Afghanistan, le vittime sono migliaia e gli aerei militari che riportano in patria i cadaveri possono trasportare non più di duecento bare alla volta, da qui il titolo dell’opera. Ma quello di Aleksej Oktjabrinovič Balabanov (regista scomparso prematuramente nel 2013) non è un film bellico, le notizie che giungono dal fronte rappresentano infatti il mero contorno di una vicenda di degrado umano accaduta veramente in quel periodo. Un racconto allucinante, motivo per il quale “Cargo 200” (“Gruz 200”) non fu selezionato né a Cannes né a Berlino, diventando comunque un oggetto di culto attraverso il passaparola (in Italia è stato distribuito in edizione home video dopo una timida apparizione fuori concorso a Venezia).
Durante un viaggio in auto, il professor Artem (titolare della cattedra di ateismo scientifico a Leningrado) resta in panne in mezzo alla campagna: egli trova ospitalità presso una casetta di legno dove alcuni loschi figuri producono (e rivendono) vodka. Quando l’uomo riparte, il giovane Valera giunge lì nella notte in compagnia di Angelika per rifornirsi di alcol, ma la situazione presto degenera. Un omicidio stravolge quella famiglia, mentre la ragazza viene stuprata e poi rapita da un individuo che poi si rivela essere un personaggio influente del luogo. Se da un lato quello che accade ad Artem passa in secondo piano (una presa di coscienza filosofico-esistenzialista legata a questi eventi), la crudele sorte di Angelika diventa il fulcro della pellicola, una storia di segregazione intrisa di marciume e di squallore, di morte e di putrefazione.
Il regista ambienta “Cargo 200” sotto il cielo perennemente plumbeo della provincia sovietica industriale: dalle finestre delle abitazioni si può toccare con mano il fumo delle ciminiere, un orrore ambientale che contamina le persone sia moralmente che fisicamente. Il realismo inoltre è accentuato dall’utilizzo della musica popolare del periodo, un contorno sonoro quasi in contrasto con la cupezza in cui si muovono i vari personaggi. Ne scaturisce un film devastante, disturbante e tragico nella sua descrizione impietosa dell’Unione Sovietica durante il comunismo, una critica che Balabanov aveva già esteso alla Russia degli anni novanta (le tensioni etniche e l’ascesa della mafia nel notevole “Brother”, opera che ha avuto un sequel nel 2000).
Lo sguardo antropologico di “Cargo 200” non offre speranza: il film è un buco nero che risucchia ogni cosa, anche una flebile parvenza di umanità qui perde tutto il suo significato. Ci troviamo al cospetto di una pellicola tra le più deprimenti uscite in Russia nel corso del nuovo millennio, un lavoro che affonda le sue unghie dentro un sadismo folle e inconsapevole, mostrando una cattiveria impensabile persino nel cinema horror più becero. Qui però tutto ha un senso: le fabbriche, la vodka, addirittura violentare e uccidere, è la legge di un mondo straziante dove solo la morte può liberarti dalla sofferenza.

4,5

(Paolo Chemnitz)

cargo200

 

 

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