Freaks Out

di Gabriele Mainetti (Italia/Belgio, 2021)

Erano trascorsi molti anni dalla folgorante opera prima di Gabriele Mainetti, “Lo Chiamavano Jeeg Robot” (2015), un successo meritato capace di conquistare sia il pubblico che la critica nazionale. In effetti, questo come back si è fatto attendere parecchio, non solo per colpa della pandemia, ma anche per una lunga fase di post-produzione terminata soltanto nel 2020 inoltrato. Dopotutto, con un budget di tredici milioni di euro a disposizione, ogni aspetto della pellicola andava curato nei minimi particolari: così è stato, infatti non possiamo obiettare nulla sulla confezione di “Freaks Out” (davvero impeccabile), al contrario di alcune cose che purtroppo ci sono piaciute di meno.
Questa volta Mainetti ha puntato su un film corale con diversi protagonisti, ambientando le vicende a Roma nel 1943, quando gli ebrei dovevano fare i conti con i rastrellamenti nazisti: uno di loro, Israel (Giorgio Tirabassi), è il proprietario di un circo in cui si esibiscono quattro freaks dai poteri alquanto bizzarri. Conosciamo Matilde (una ragazza che riesce a produrre elettricità folgorando chiunque la tocchi), Cencio (un giovane albino capace di controllare gli insetti), Mario (lui è un nano leggermente ritardato con il potere di attirare a sé gli oggetti metallici) e infine Fulvio (un pelosissimo uomo-bestia dalla forza sovraumana). Quando Israel è costretto alla fuga, i nostri malcapitati si ritrovano allo sbaraglio in una città ormai in preda alla violenza. Qui hanno inizio le disavventure del quartetto, destinato a vedersela con i più sadici ufficiali nazisti.

“Freaks Out” è un’opera a tratti estenuante (centoquaranta minuti sono una vera esagerazione), un prodotto in cui si nota fin da subito l’intenzione di fare un passo molto più lungo rispetto al tanto celebrato esordio: Gabriele Mainetti forse avrebbe potuto attendere un’occasione migliore, senza dover per forza cedere immediatamente alle sirene del colossal all’italiana. Perché di colossal si tratta, con tutti gli stereotipi del caso e con uno sguardo rivolto agli Stati Uniti e al mondo dei cinecomics, nonostante il tentativo di mantenere sempre vivo uno spirito autoctono (l’utilizzo del dialetto romanesco o la location stessa). Se però “Lo Chiamavano Jeeg Robot” mostrava le unghie grazie ai suoi irresistibili personaggi, questi simpatici supereroi all’amatriciana di “Freaks Out” lasciano invece piuttosto indifferenti, al di là di una bella storia di amicizia e di un paio di figure alquanto azzeccate (Claudio Santamaria e Aurora Giovinazzo, ovvero Fulvio e Matilde, si rivelano due spanne al di sopra rispetto agli altri attori).
L’evidente salto tra diversi generi non aiuta affatto le sorti della pellicola: le tragiche vicende di quegli anni si mescolano infatti al cinema puramente fantastico, passando per l’avventura, l’azione e persino l’horror (le torture, qualche scena sanguinosa), per un mix non privo di situazioni evitabili (un certo umorismo di bassa lega, forse l’aspetto peggiore del film).
Inoltre, si sono sprecati molti paragoni superflui su questo “Freaks Out” (qualcuno ha persino tirato in ballo Fellini), quando in realtà si poteva benissimo fare un confronto più terreno con il recente “Ballata Dell’Odio E Dell’Amore” (2010) di Álex De La Iglesia, un lavoro senza dubbio meno ambizioso/pretenzioso rispetto all’opera di Mainetti. Siamo pronti a scommettere che la sua prossima fatica non sarà così sovraccarica di soldoni e di aspettative, perché se è vero che il budget ha salvato “Freaks Out” dal naufragio, c’è anche da dire che una splendida confezione e qualche sequenza più o meno azzeccata non possono sopperire alla fragile consistenza di questo minestrone di quasi due ore e mezza.

(Paolo Chemnitz)

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