Saint-Narcisse

di Bruce LaBruce (Canada, 2020)

Uno dei nomi più gettonati all’interno del circuito cinematografico LGBT è quello del canadese Bruce LaBruce, un artista a trecentosessanta gradi già noto durante gli anni ottanta per essere stato tra i promotori del movimento queercore (ovvero queer di ispirazione punk). Con alcune delle sue ultime pellicole, LaBruce sembra aver imboccato una strada più intima e matura, lasciandosi momentaneamente alle spalle le follie e gli eccessi della sua ormai sterminata filmografia: una sensazione che ad esempio abbiamo assaporato con “Gerontophilia” (2013) e che in qualche modo riemerge qui in “Saint-Narcisse”, un dramma familiare che tuttavia non rinuncia affatto allo spirito dissacrante e provocatorio a cui ci ha abituato nel tempo il regista.
La storia è ambientata nel lontano 1972: Dominic (un ragazzo talmente ossessionato da se stesso da eccitarsi attraverso il suo riflesso) scopre un segreto che la nonna (ormai morente) non gli aveva mai confidato: il protagonista non solo ha una madre ancora viva, ma ha anche un fratello gemello (Daniel) segregato contro il suo volere dentro un remoto monastero. Dominic raggiunge così la mamma (ovviamente lesbica!) nei boschi del Québec, per poi ricongiungersi finalmente con Daniel (nel frattempo vittima di ripetuti abusi sessuali da parte di un prete depravato).
A Bruce LaBruce (non male il suo sguardo dietro la macchina da presa) le idee non mancano affatto: attraverso una personale rilettura del mito di Narciso e del culto di San Sebastiano (icona gay per eccellenza, già fondamentale nel cinema di Derek Jarman), l’opera imbocca fin da subito un percorso intrigante abbastanza fantasioso e originale. Il castello però è destinato a crollare per colpa di alcune prerogative indirettamente collegate al volere del regista. Bisogna infatti sottolineare la qualità medio-bassa della recitazione, oltre a un risibile nonché scadente apporto scenografico, con tanto di atmosfere all’interno del monastero tutt’altro che distanti da quelle di un’ipotetica fiction di bassa lega (altro che 1972, il passato raccontato da “Saint-Narcisse” è troppo artefatto per risultare credibile).
Nonostante l’apparente sobrietà di fondo, questo dramma messo in scena da LaBruce è segnato inesorabilmente da una serie di immancabili fiammate omoerotiche, a cominciare dalle immagini dell’amplesso incestuoso, nelle quali il regista cerca di fondere in un colpo solo i concetti alla base del film con la provocazione tout court. Un modus operandi rispettabile (non a caso “Saint-Narcisse” è anche passato fuori concorso sugli schermi di Venezia) ma mai realmente decisivo, considerando pure il bilanciamento non sempre lucido tra la serietà delle intenzioni e gli squarci umoristici al limite della commedia. Un lungometraggio solo per aficionados, questo è poco ma sicuro.

(Paolo Chemnitz)

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