A History Of Violence

adi David Cronenberg (Stati Uniti, 2005)

Con “A History Of Violence” David Cronenberg apre un nuovo ciclo all’interno della sua cinematografia, staccandosi dal contorto incedere dei suoi lavori precedenti (lo stesso “Spider”, uscito nel 2002, si muove come un oggetto di transizione tra follia e ossessione). Qui inoltre il regista lascia correre a briglie sciolte una storia molto lineare, supportandola a dovere con una regia asciutta ed essenziale. Tutto ha origine dall’omonima graphic novel uscita anche in Italia e rimaneggiata per l’occasione dallo sceneggiatore Josh Olson, il quale ha apportato delle modifiche riguardanti il personaggio di Richie Cusack (interpretato da William Hurt) e poco altro. L’aspetto più importante del film riguarda ancora una volta la trasformazione, solo che in questo caso Cronenberg accantona le fantasiose mutazioni di stampo body horror per fare spazio a un cambiamento comportamentale, una molla impazzita che spacca praticamente in due la pellicola.
Viggo Mortensen è Tom Stall, un pacifico padre di famiglia che gestisce una tavola calda in una piccola località dell’Indiana. Sua moglie Edie (Maria Bello) è un avvocato, il figlio Jack invece non se la passa tanto bene con i bulli della scuola (una situazione comunque ininfluente per le sorti dell’opera). Tom diventa improvvisamente un eroe quando sventa una tragica rapina uccidendo i malviventi, un evento che diventa di dominio pubblico raggiungendo persino la televisione nazionale: se ne accorgono pure i vertici della mafia irlandese di Philadelphia, che riconoscono l’uomo come un vecchio affiliato alla loro organizzazione con il nome di Joey Cusack, un traditore che vent’anni prima era riuscito a far perdere le proprie tracce. Ormai in bilico tra due fuochi (i suoi cari iniziano a dubitare del suo passato mentre questi criminali sono disposti a tutto pur di ritrovarlo), Tom/Joey è costretto a togliersi la maschera tornando a Philadelphia per chiudere i conti definitivamente.
K8sZQuella messa in scena da David Cronenberg è una vera storia di violenza, un crescendo di tensione che esplode definitivamente nella seconda parte del film, quando il nostro protagonista comincia a giocare a carte scoperte: il regista canadese non scorda le sue origini e fa scorrere copiosamente il sangue, senza mai distogliere lo sguardo dall’unico e assoluto mattatore dell’opera, un Viggo Mortensen in grande spolvero soprattutto nello spietato ma necessario epilogo. Se escludiamo le superflue vicende di contorno in cui è coinvolto il giovane Jack, ogni sequenza della pellicola ha un suo significato ben preciso, inclusa quella scena di sesso sulle scale in cui la complicità erotica viene sostituita da un fervore primordiale in cui prevale l’istinto animalesco (la sostituzione di Tom con Joey avviene così anche in famiglia).
Con “A History Of Violence” il sogno americano di pace e prosperità perde qualsiasi connotato, nonostante una vita in apparenza perfetta nella tranquilla provincia statunitense. Quando i mattoni del castello borghese si sgretolano, escono fuori i tentacoli mostruosi che distruggono lentamente ciò che si era costruito: in questo caso il personaggio di Tom/Joey, intrappolato all’interno di un controverso scambio di identità, lotta selvaggiamente per riprendersi quello che gli sta sfuggendo di mano, ma per farlo è obbligato a tirare fuori i demoni di un passato mai realmente sepolto. Curiosamente, questo mostro riemerge attraverso una notizia televisiva, come se David Cronenberg non si fosse mai dimenticato del potere dei media, capaci di dare vita a un meccanismo perverso di morte e distruzione (ce lo insegna “Videodrome”).
Non possiamo che applaudire davanti a uno dei migliori thriller usciti nella passata decade, una metamorfosi mentale che rinuncia al virus corporeo per destrutturare una delle istituzioni sacre al popolo americano, quella della famiglia. Il cerchio si chiude nell’immagine finale, talmente intensa da sprigionare una forza impressionante.

4,5

(Paolo Chemnitz)

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