Blue Movie

blue movie1di Alberto Cavallone (Italia, 1978)

Nel 1969 Andy Warhol dirige un film per adulti intitolato “Blue Movie”, dove al sesso esplicito sono alternati dialoghi riguardanti la guerra nel Vietnam. Un’opera che si dice abbia influenzato “Ultimo Tango A Parigi” (1972) di Bernardo Bertolucci e che nel titolo riassume uno dei tanti appellativi con i quali venivano chiamati i film pornografici. Nove anni dopo Alberto Cavallone realizza una pellicola omonima che cita maliziosamente il lavoro di Warhol, rispettando comunque le anomalie estetiche di propria appartenenza, un cinema come al solito intriso di erotismo, di surrealismo e di un criptico intellettualismo che andava esattamente nella direzione opposta rispetto ai fruitori medi dei prodotti hardcore. Inoltre “Blue Movie” è da tempo reperibile in dvd grazie alla RaroVideo (una versione integrata con alcune scene extra in super8 che ne ampliano ulteriormente la sua natura estrema e controversa).
Il regista milanese era reduce da quello che giustamente è considerato il suo apice creativo assoluto, “Spell (Dolce Mattatoio)”, conosciuto anche come “L’Uomo, La Donna e La Bestia”, esempio unico e incoerente di un talento visionario mai veramente esploso, complice una povertà di mezzi tangibile accompagnata da un destino artistico per certi versi beffardo. Alberto Cavallone è stato infatti rivalutato col trascorrere degli anni, senza contare il mistero e il fascino che si è generato attorno al suo film scomparso, “Maldoror” (1977), una pellicola di confine che da sempre rappresenta il sogno proibito di ogni cinefilo addentrato nel genere.
“Blue Movie” ha inizio da uno stupro consumato in un bosco dal quale la vittima riesce a sottrarsi, lei è una giovane ragazza che viene portata in salvo da un fotografo passato lì per caso. L’uomo conduce la donna nel suo appartamento dove accadono cose strane per non dire assurde: tanto per cominciare, una modella vive rinchiusa all’interno di una gabbia e qui è costretta a urinare o defecare dentro lattine vuote. Cavallone praticamente ribalta l’assunto pop di Warhol per sbatterci in faccia il degrado della società consumistica, il corpo femminile inteso come puro oggetto e il cibo che simboleggia il prodotto di un’umanità bulimica e corrotta. “Blue Movie”, a dispetto del titolo, mette da parte i colori freddi per annientarci con un calore impetuoso di sfumature bianco-rosso-arancio accatastate dentro un montaggio discontinuo, che salta dal sesso agli orrori della guerra in una congiuntura concettuale (di taglio sadomasochistico) che tira in ballo persino “Salò o Le 120 Giornate Di Sodoma” (1975).
In “Blue Movie” nichilismo, perversione e critica sociale convivono come frammenti di vetro che bisogna saper raccogliere e unire di volta in volta: l’opera (girata in soli otto giorni) non è affatto compatta ma segue un filo logico molto più visibile di quanto si possa immaginare. Il problema semmai è nella messa in scena alquanto povera, che non permette agli elementi perturbanti (gli oggetti) di emergere con forza oltre la squallida fisicità dei protagonisti sullo schermo. Un film allucinato e giustamente incompreso, termine quest’ultimo che ha un’accezione ovviamente positiva, pur non trattandosi del miglior lavoro dello scomparso regista lombardo.

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(Paolo Chemnitz)

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