Spell (Dolce Mattatoio)

spell dolce mattatoiodi Alberto Cavallone (Italia, 1977)

“Spell (Dolce Mattatoio)”, conosciuto anche con il titolo informale “L’Uomo, La Donna e La Bestia – Spell (Dolce Mattatoio)”, è la migliore testimonianza cinematografica tra quelle che conosciamo del controverso regista milanese Alberto Cavallone, una figura da esaminare a parte rispetto a tanti altri colleghi italiani che operavano durante gli anni settanta. Come per il successivo “Blue Movie (1978), Cavallone gira con pochissimi mezzi riuscendo comunque a dare un senso (quasi) compiuto alla sua visione del mondo completamente allucinata, frastagliata e cosparsa di metafore.
Già a partire dalla locandina il film cita in maniera esplicita un’opera artistica: in questo caso il surrealismo psicoanalitico di Max Ernst (L’Angelo Del Focolare) sguinzaglia subito i sentori di una forza distruttrice. Successivamente, con la raffigurazione de L’Origine Del Mondo di Gustave Courbet, il regista ribadisce un approccio intellettuale che si mescola di continuo con i tanti riferimenti alla letteratura pescati da Georges Bataille (in particolare da Storia Dell’Occhio, in cui viene mostrata l’intercambiabilità tra elementi di forma simile come appunto occhi, uova o testicoli. Analogie fondamentali per lo sviluppo del lungometraggio in esame).
In un piccolo centro di provincia (la pellicola è stata girata a Castelnuovo di Porto, nei pressi di Roma) la comunità del luogo si appresta a festeggiare una cerimonia religiosa: dietro il fragore di questo evento, Cavallone apre più di una finestra su alcune scabrose vicende in cui sono coinvolti vari personaggi. Conosciamo un comunista deluso il quale cerca di tenere a bada una moglie in stato confusionale che consuma i pasti esclusivamente sulla tavoletta del water, poi un macellaio eccitato da una ragazza del paese che sfoga le sue pulsioni sessuali masturbandosi tra le carni della sua bottega, infine incontriamo anche un’adolescente incinta del suo padre incestuoso e ancora una donna frustrata che scivola in uno stato onirico e una prostituta che si concede a tutti dentro una baracca. L’arrivo improvviso di un vagabondo scombussola le giornate dei protagonisti, un elemento perturbante che scatena sesso, follia e atti disdicevoli.
“Spell” è un film che vive di sovrapposizioni e di accumuli: da un lato, questa festa paesana descritta quasi con piglio documentaristico, dall’altro invece delle storie segmentate tenute insieme da un montaggio (analogico) sicuramente più dinamico della regia stessa, abbastanza sciatta nel suo insieme. Sullo schermo si susseguono una serie di immagini sgradevoli sempre in bilico tra un certo realismo (il parto della mucca) e strambe concessioni al grottesco, senza contare le varie incursioni erotiche sulle quali ruota l’ossatura concettuale della pellicola (la trasgressione come completamento del divieto, stando sempre al pensiero di Bataille). Non a caso questi eccessi avvengono durante un evento sacro, dopotutto Cavallone punta il dito con enfasi sull’ipocrisia del borghesuccio pervertito, facendolo persino scontrare con un estraneo (il vagabondo) che ha quasi lo stesso sapore dell’ospite pasoliniano visto in “Teorema” (1968).
In questa pellicola c’è una chiara predilezione per l’osceno, sbattuto in faccia senza troppi complimenti fotogramma dopo fotogramma: una turpe e sporca aggressione nei confronti dello spettatore che svilisce ogni tentativo di salvare dal baratro la figura umana, qui davvero insignificante al cospetto della morte (spirituale e ideologica). Cavallone segue la scia dei tanti surrealisti avvalendosi della lezione di gente come Arrabal o Makavejev (“Sweet Movie”), lasciando però che il caos prenda il sopravvento su simboli e significati annessi. Un disordine che però ha il suo perché. Ricostruire questo criptico affresco non è facile, ma “Spell” è quanto di più incredibile sia stato partorito da questo regista assolutamente unico nel panorama cinematografico italiano.

3,5

(Paolo Chemnitz)

spell

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