Canicola

canicoladi Ulrich Seidl (Austria, 2001)

Ulrich Seidl conosce bene i viennesi e le loro stranezze. Ce lo ha raccontato nel suo docufilm “Im Keller” (2014) e ancora prima in questo “Canicola”, il suo secondo lungometraggio ormai risalente al 2001.
Durante un’estate particolarmente bollente, le villette della ricca borghesia austriaca pullulano di gente immobile che si arrostisce sotto al sole, ma dietro questa apparente staticità si nascondono anomalie, nevrosi e follie che si avvicendano come in un caleidoscopio umano decisamente stravagante: c’è un vecchio brontolone in mutande, c’è una signora matura che vive il sesso in maniera molto libera, poi c’è una coppia di fidanzati in crisi e infine ci imbattiamo soprattutto in una ragazza con un leggero ritardo mentale che chiede continuamente un passaggio in macchina agli sconosciuti. Le varie scene in cui appare quest’ultima sono a dir poco memorabili, la tipa infatti conosce a memoria tutte le pubblicità possibili e le ripete – come se fossero delle filastrocche – ai malcapitati di turno, oltre a porre delle domande impertinenti che il più delle volte fanno innervosire i suoi interlocutori.
giphy (1)Seidl, con la sua regia fredda e asettica, dona il classico taglio documentaristico all’opera, una serie di immagini ingabbiate nella cappa estiva e in quel bianco prorompente che amplifica questa sensazione di oppressione e di noia trasversale. Nessuno dei protagonisti viene risparmiato. Gli interni delle case sono molto sobri, così come i giardini, curati in modo maniacale ma svuotati totalmente dalla componente umana, mentre i parcheggi e le strade non fanno altro che mostrarci una carrellata continua di centri commerciali e supermercati, unici punti di contatto per questi individui alienati sotto la canicola viennese.
“Hundstage” (questo il titolo originale della pellicola) è un concentrato di squallore suburbano, un film che oscilla tra un realismo sconcertante e frammenti di
nonsense veramente bizzarri (lo spogliarello della signora anziana), un mix esplosivo che scava a fondo nelle manie più indicibili di questa fauna cittadina messa a nudo in maniera così spudorata. Per Ulrich Seidl Leone d’Argento più che meritato al Festival di Venezia del 2001: un regista capace di ripetersi su alti livelli anche nelle opere successive, come ad esempio “Import/Export” (2007) e “Paradise: Love” (2012). Un cinema raggelante, sotto a un sole cocente.

4,5

(Paolo Chemnitz)

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