Bleeder

bleederdi Nicolas Winding Refn (Danimarca, 1999)

Tre anni dopo il debutto con “Pusher” (un diamante grezzo del 1996), Nicolas Winding Refn torna a lavorare con gli stessi attori (Kim Bodnia, Mads Mikkelsen e Zlatko Buric) in quella che può definirsi l’opera più dura e annichilente della sua filmografia. L’allora ventinovenne talento danese resta ancorato alla sua Copenhagen, trasportandoci all’interno di un dramma cupo e deprimente con protagonista una coppia disfunzionale.
Leo e Louise vivono in un appartamento modesto e in condizioni economiche precarie: quando la donna comunica al compagno che è in attesa di un bambino, egli diventa rabbioso, freddo e violento nei suoi confronti. Leo perde il controllo in maniera sempre più frequente e non servono gli ammonimenti del fratello di Louise a farlo desistere. La situazione presto arriva al limite e “Bleeder” sconfina nel disturbing drama più doloroso e devastante, con il tema della vendetta trattato in maniera cruda e diretta, senza nessun briciolo di umanità. Oltre a questo, la pellicola poggia anche su una storia parallela più soft, poiché questi luridi sobborghi di Copenhagen sono raccontati attraverso l’amicizia che lega i due protagonisti uomini con alcuni ragazzi della zona, uno dei quali proprietario di una videoteca (Lenny, ovvero Mads Mikkelsen).
La trovata della videoteca va considerata come un sincero atto di amore e devozione di Refn nei confronti del cinema (di genere). Lenny dichiara che “The Texas Chainsaw Massacre” è il suo film preferito e il suo personaggio timido e riservato incarna l’introspezione tipica del cinefilo più appassionato. La scena con la lunga lista dei registi è un tributo vero e proprio ai padri ispiratori di Refn, ma le citazioni continuano nella sequenza (carica di tensione) dove il gruppetto di amici sta guardando “Maniac” di William Lustig. Praticamente una storia nella storia, per un film sporco e spietato che colpisce nel profondo, soprattutto nelle poche ma decisive esplosioni di violenza, sempre sottolineate da un colore rosso sangue sullo schermo.
Il regista danese mostra come l’equilibrio familiare sia costantemente minato da piccoli cambiamenti, i quali possono stravolgerlo e distruggerlo in un breve lasso temporale. Il già precario rapporto tra Leo e Louise si sgretola, lasciando l’uomo nella solitudine, nella completa frustrazione e in una lotta per la sopravvivenza contro chi vuole ripagarlo con la stessa moneta per il male commesso nei confronti della sua donna.
“Bleeder”, nonostante sia ritenuto un lungometraggio minore nella filmografia di Refn, merita una riscoperta definitiva: è una storia di sangue e di dannazione, ma è anche un sincero omaggio a quel cinema che col passare degli anni ha formato e cresciuto un futuro grande regista.

4,5

(Paolo Chemnitz)

bleed

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