Hatching

di Hanna Bergholm (Finlandia/Svezia, 2022)

Già si parla di una distribuzione italiana (dal prossimo ottobre) per questo “Hatching”, un horror di taglio fantastico decisamente diverso dalle tante pellicole americane che affollano le nostre sale. Il motivo è semplice: quello diretto da Hanna Bergholm è un film finlandese, dunque proviene da una scuola dove anche i prodotti di genere hanno una loro specifica identità (si tratta di un cinema spesso alienante, oltre che surreale e bizzarro, almeno dal nostro punto di vista).
“Pahanhautoja” (questo è il titolo originale) si può definire un coming of age inserito all’interno di un contesto familiare a dir poco disfunzionale. A guidare questo patetico teatrino borghese è una mamma molto esigente, una sorta di influencer che riprende di continuo con lo smartphone la presunta armonia presente in quella casa (“I hope your everyday life is as lovely as ours”). Praticamente la famiglia del Mulino Bianco in versione finnica. Le cose però non vanno come sembrano: se infatti il marito della donna si rivela un individuo piuttosto molle e ininfluente (idem il loro figlio più piccolo), per la dodicenne Tinja la vita è costellata di traumi e di sacrifici (la ragazzina è costretta dalla madre ad allenarsi duramente per diventare una campionessa di ginnastica). Ovviamente questa odiosissima mamma si scopa pure un altro uomo, come giusto che sia.
La svolta del film avviene dopo pochi minuti, quando Tinja nasconde nella sua stanza un uovo trovato nel bosco là vicino: la schiusa è singolare, poiché ciò che esce da quel guscio cambia del tutto le carte in tavola, modellando la quotidianità di un’adolescente finalmente consapevole della propria situazione.
Il primo elemento capace di colpire i nostri occhi è legato indissolubilmente all’asettica location nella quale sono ambientate le vicende: una zona residenziale che potrebbe piacere non poco ai vari Haneke o Lanthimos, al contrario delle scenografie casalinghe, più vicine al modello “Pieles” (qui finiamo sul versante pop, in stile casa di Barbie). Dietro questa patina finto-rassicurante prendono piede i disagi della giovane Tinja e il suo controverso rapporto con la madre, una relazione destinata a evolversi seguendo un iter non sempre decifrabile (alla fine, è l’amara realtà a prevalere sull’immaginazione).
L’idea del doppelgänger animalesco è sfruttata bene soprattutto nella prima parte, quando la psicologia della ragazzina (una bravissima Siiri Solalinna) esplode attraverso lo strambo comportamento del tenero volatile, mettendo in luce ansie e problematiche accumulate nel tempo (disturbi alimentari, accettazione del proprio corpo e quant’altro). La metafora messa sul piatto dalla regista finlandese è quindi molto intrigante e originale, anche se “Hatching” strada facendo perde inesorabilmente del potenziale narrativo, pur mantenendo inalterata la sua carica destabilizzante (c’è da dire che gli effetti, nonostante siano ottimi, tendono a puzzare troppo di artificioso, a cominciare dal mega uccellone che spunta fuori dall’uovo).
In definitiva, quello di Hanna Bergholm è un lungometraggio alquanto personale ma non sempre messo a fuoco nel modo migliore: parliamo di una fiaba nera simbolicamente inattaccabile, di un film travestito persino da body horror (si potrebbe scomodare l’esteriorizzazione del dolore già vista in “The Brood”), tuttavia poco incline a colpire il bersaglio in maniera diretta e implacabile. Il timore è che poi, un ipotetico doppiaggio in italiano, possa distruggere del tutto la carica weird dell’opera (il fascino della lingua finlandese è più unico che raro). Sia chiaro, segnatevi questo titolo sull’agenda, ma non aspettatevi la rivoluzione.

(Paolo Chemnitz)

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