Flux Gourmet

di Peter Strickland (Gran Bretagna/Ungheria/Stati Uniti, 2022)

Peter Strickland non aveva ancora sbagliato un colpo: con i precedenti “Katalin Varga” (2009), “Berberian Sound Studio” (2012), “The Duke Of Burgundy” (2014) e “In Fabric” (2018), il regista di Reading aveva infatti inanellato quattro pellicole di indubbia qualità, mettendo in luce una notevole personalità dietro la macchina da presa. Anche se oggi tale cifra stilistica è rimasta intatta, questo nuovo “Flux Gourmet” ci riconsegna uno Strickland risucchiato dall’ambizione e da un vacuo quanto impalpabile intellettualismo festivaliero.
Rimescolando alcune suggestioni già presenti in “Berberian Sound Studio”, il film ci conduce all’interno di un istituto dedito alla performance culinaria, dentro il quale un collettivo di artisti sta sperimentando il concetto di cucina sonora (lo stesso regista, durante gli anni novanta, faceva parte di un gruppo musicale chiamato The Sonic Catering Band!). In poche parole, in “Flux Gourmet”, l’arte si concretizza attraverso il cibo e i rumori da esso prodotti in fase di cottura. Ma il vero protagonista dell’opera è un reporter greco (Stones è interpretato dal sempre bravo Makis Papadimitriou) mandato sul posto per documentare queste attività: i suoi imbarazzanti problemi intestinali lo faranno tuttavia diventare parte di tale meccanismo.
Peter Strickland cerca di cucire insieme commedia nera e cinema grottesco, piazzando qua e là qualche colpo visionario ad effetto (anche di matrice horror). Così, tra un’orgia psichedelica e una simpatica colonscopia, “Flux Gourmet” scivola via naufragando sovente in un vuoto narrativo fin troppo palese: la sceneggiatura viene dunque soffocata dalla voglia di stupire a tutti i costi lo spettatore, a sua volta trascinato in quasi due ore di presunta critica all’operato di alcune accademie (il cui concetto di arte contemporanea qui viene persino ridicolizzato). Strickland però non è Ruben Östlund (“The Square”) e si vede, perché la satira presente nel film non affonda come dovrebbe, restando ancorata a delle buone intuizioni purtroppo non supportate da una storia adeguata.
Se da un lato il regista britannico (grazie alle precedenti pellicole) rimane uno dei nomi più interessanti sulla piazza, c’è da dire che questo suo “Flux Gourmet” rappresenta un passo indietro non indifferente: alzare l’asticella non sempre significa fare un balzo in avanti, soprattutto quando a venir meno è la sostanza. Il film è strambo, per certi versi bizzarro, ma non funziona affatto e lascia davvero pochi ricordi positivi.

(Paolo Chemnitz)

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