Un Violento Weekend Di Terrore

di William Fruet (Canada, 1976)

Con “Un Violento Weekend Di Terrore” (“Death Weekend”), il regista canadese William Fruet cercò di cavalcare quell’onda exploitation tipica degli anni settanta, mettendosi in scia di pellicole importanti come “Cane Di Paglia” (1971) oppure “L’Ultima Casa A Sinistra” (1972), pur con meno originalità e inventiva. La riproposizione di uno schema abbastanza rigido che prevedeva l’irruzione all’interno di una proprietà privata, la violenza (anche sessuale) e la successiva vendetta spesso messa in atto dalla vittima sacrificale.
I primi minuti dell’opera sono alquanto scoppiettanti, perché assistiamo a un inseguimento tra due automobili degno del miglior action movie: da una parte c’è la nostra protagonista (Diane) in compagnia di un odioso dentista playboy, mentre sull’altro mezzo troviamo quattro balordi (tra cui un convincente Don Stroud) intenzionati a prendersi gioco della coppia. Diane però è una bomba al volante, così riesce a seminare il gruppetto di teppisti nel frattempo finito con l’auto dentro un torrente. Una volta tornati in pista, i quattro riescono comunque a rintracciare la villa del ricco dentista, sottoponendo alle peggiori umiliazioni sia lui che la donna. Quello che così doveva essere un tranquillo weekend in riva al lago (in America questa pellicola la chiamano ancora “The House By The Lake”), si rivela dunque un inferno per Diane e per il suo spocchioso amichetto.
“Un Violento Weekend Di Terrore” è un film riuscito a metà, perché se da un lato l’approccio al genere è quello giusto, la componente exploitation in realtà è poca cosa: la quantità di sangue è limitata ma anche il versante sex & violence non ci regala grosse soddisfazioni, considerando un’attrice all’epoca non più giovanissima come Brenda Vaccaro (forse non molto disposta a mostrare il suo corpo, al di là della sua ottima interpretazione). Ma alla fine è proprio lei l’unico personaggio dell’opera a spiccare per dignità e risolutezza, al contrario dei maschietti, qui tutti schifosi e viscidi come non mai (incluso il nostro insopportabile dentista). In poche parole, siamo davanti al classico prodotto anni settanta dove alla presunta misoginia di alcune scene viene anteposta una figura femminile con i controcazzi, un’eroina come tante se ne vedevano in quel periodo (pensiamo al cult “I Spit On Your Grave”).
William Fruet ci regala qualche dialogo persino divertente, soprattutto quando i teppisti decidono di mettere a soqquadro la casa dell’uomo, cominciando a lanciare per aria i suoi dischi (“ouverture atto primo della fanciulla del west, ma che cazzo di titolo è?”). Chi è ben addentrato in questo tipo di pellicole un salto da queste parti lo deve fare comunque, nonostante quella totale mancanza di innovazione che a lungo andare fa sentire il suo peso. Un film anemico ma con il suo perché.

(Paolo Chemnitz)

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