Vivarium

di Lorcan Finnegan (Irlanda/Belgio, 2019)

“Vivarium” è un film inclassificabile, una pellicola caleidoscopica da guardare a prescindere anche solo per questo motivo. Inizialmente qualcuno potrebbe pensare all’ennesimo labirinto rompicapo in stile “Cube” (1997), ma l’elemento sci-fi qui non ha modo di esistere: finiamo dunque catapultati dentro una geniale metafora sulla società moderna, rappresentata attraverso l’incredibile destino di una giovane coppia di innamorati. Un cinema puramente fantastico tuttavia intriso di orrori psicologici e di angoscia a profusione.
Tom (Jesse Eisenberg) e Gemma (Imogen Poots) sono in cerca di un nuovo appartamento: lo strambo agente immobiliare Martin li accompagna in un complesso residenziale appena costruito, abbandonandoli una volta giunti a destinazione. Presto per i due protagonisti quelle villette a schiera tutte identiche si rivelano una gabbia senza via di uscita, un non-luogo privo di segni di riconoscimento destinato a trasformarsi in un incubo. Come sopravvivere a questa surreale esperienza? Mangiando cibo preconfezionato e allevando un neonato trovato dentro una scatola, un pupo che cresce a vista d’occhio diventando sempre più spocchioso e insopportabile.
L’approccio simbolico di “Vivarium” è palesemente antiborghese, una critica non troppo velata alle tappe imposte/forzate a cui vanno incontro la maggior parte degli uomini (in un contesto ovviamente capitalista). Periferie tutte uguali, il sogno di una casa moderna e il desiderio di un bambino da tirare su, perché la società ha sempre bisogno di nuovi consumatori (a tal proposito, il finale rappresenta la ciliegina sulla torta). Tutto questo mentre nel frattempo i genitori cadono nell’inganno, diventando a loro volta vittime di un sistema che a lungo andare logora e uccide (la fossa scavata insistentemente da Tom). Un lavoro dunque contorto ma soltanto sulla carta, perché Lorcan Finnegan non sbaglia neppure quando entra in gioco un sottile quanto inquietante elemento horror (i comportamenti weird del figlio nascondono qualcosa di sinistro che esplode nella seconda parte del film).
Le scenografie non potevano che essere pop, tra tenui colori pastello e un cielo perennemente azzurro tempestato da mille nuvolette tutte uguali (una citazione esplicita per René Magritte), un punto di incontro tra reale e surreale che sotto alcuni aspetti potrebbe chiamare in causa una puntata di “Black Mirror”. La pellicola gioca costantemente tra la patinata finzione del mondo circostante e quella quotidianità che per molti esseri umani è soltanto un’imposizione dall’alto, come se fossimo tutti obbligati a fare questo tipo di scelta. “Vivarium” perciò non solo è puro intrattenimento, ma è uno specchio in cui ci si può riflettere per raggiungere una definitiva consapevolezza su ciò che siamo. Un messaggio duro e cinico più del previsto (“I’m not your fucking mother”), messo in scena da un film originale, intelligente e per certi versi spaventoso. Prigionia e disperazione.

(Paolo Chemnitz)

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