Downrange

downrangedi Ryûhei Kitamura (Stati Uniti, 2017)

Con “Downrange”, Ryûhei Kitamura fa bingo (e non stiamo scherzando). Se il suo periodo giapponese ci ha consegnato opere divertenti ma allo stesso tempo ancora acerbe sotto vari punti di vista (“Versus” e “Azumi” su tutte), con le sue produzioni americane abbiamo assistito a un discreto salto di qualità: “Prossima Fermata: l’Inferno” (2008) e il recente “No One Lives” (2012) hanno messo in luce (pur con varie ingenuità) una regia spigliata, dinamica e perfettamente al passo con i gusti del pubblico contemporaneo: ritmo, adrenalina e splatter, niente di più e niente di meno. Sembra però incredibile che oggi queste tre paroline magiche abbiano trovato il loro stato di grazia definitivo tra i fotogrammi di questo film, una lezione di novanta minuti su come girare un thriller mozzafiato in una sola location.
Un nutrito gruppo di amici è in viaggio, è una calda giornata di sole e tutto sembra filare liscio come l’olio. All’improvviso scoppia una gomma, l’automobile sbanda e i nostri restano in panne in una strada isolata di campagna, circondata qua e là da qualche albero. Tempo pochi minuti e uno dei ragazzi scopre che lo pneumatico è stato forato da un proiettile, poi ancora un giro di lancetta e partono altri colpi da lontano. Risultato? Due morti stecchiti sull’asfalto bollente e frattaglie cerebrali sparse in ogni dove. C’è un cecchino nascosto da qualche parte e i quattro superstiti cercano in tutti i modi di sopravvivere a questo pomeriggio di assoluta follia, ma per loro ha inizio una giornata da incubo che si conclude soltanto sotto al chiaro di luna. Ma anche la notte è beffarda, così come il destino.

downrange_Kitamura non sbaglia praticamente nulla e riesce a mantenere alta la tensione per tutta la durata del film, merito di una regia mirabolante che cambia continuamente prospettiva ma merito soprattutto dei lunghi momenti di attesa che esplodono (o implodono) all’improvviso, stravolgendo ripetutamente gli accadimenti. I personaggi di “Downrange” si spostano su una scacchiera virtuale, basta una mossa sbagliata ed è scacco matto, il misterioso killer mimetizzato tra la natura non perdona e ha una mira infallibile. Inoltre il regista di Osaka indugia sulla morte, straziando più volte i corpi già privi di vita con una carica dissacrante che vale da sola il prezzo del biglietto: non basta un cranio bucato da una pallottola, il sangue attira gli insetti e quella strada a un certo punto diventa una trappola anche per altri malcapitati. In “Downrange” o crepi lentamente o muori due volte (se sei fortunato), con la mdp di Ryûhei Kitamura che si trasforma in un perfido avvoltoio tra quelle carogne ormai dissanguate, mentre i proiettili sibilano minacciosi come un’imminente sassata tra i denti.
Girato un centinaio di chilometri a nord di Los Angeles, questo film si candida seriamente come una delle più intriganti sorprese dell’anno, oltre a rappresentare senza dubbio alcuno il vertice assoluto della produzione targata Kitamura. Trasformare una location ariosa e (in apparenza) sconfinata in una trappola per topi è il vero segreto di “Downrange”, un thriller violento e claustrofobico che lascia poco spazio a eventuali critiche. Qui si gode dal primo all’ultimo secondo, hell is on the way.

5

(Paolo Chemnitz)

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