El Bar

el bardi Álex De La Iglesia (Spagna, 2017)

Vi ricordate “La Cabina”? Si tratta di un cortometraggio cult spagnolo del 1972 diretto da Antonio Mercero, nel quale un uomo rimane intrappolato all’interno di una cabina telefonica senza possibilità di uscita. Un concentrato di claustrofobia che deve aver ispirato anche Álex De La Iglesia, un regista che non ha mai nascosto la sua devozione verso quell’opera.
“El Bar” (o “The Bar” nel titolo internazionale) parte da questo presupposto, un ambiente chiuso dal quale è impossibile scappare: il piano sequenza iniziale accompagna i vari personaggi in quello che è il luogo di ritrovo più comune, il bar appunto, un viavai di persone di varia estrazione sociale in questo caso nel cuore di Madrid. Ma non appena la telecamera entra dentro quel posto, fuori accade qualcosa di imprevisto, un uomo viene colpito alla testa e muore sul colpo, un altro subisce lo stesso trattamento, c’è qualcuno che spara e presto il piazzale davanti al bar si svuota lasciando clienti e gestori in balìa di un nemico invisibile.
Álex De La Iglesia gioca con una tematica attuale, la paura. Le prime ipotesi sono quelle legate al terrorismo (uno dei protagonisti, Nacho, ha la barba folta da hipster e qualcuno crede che sia un pericoloso criminale), inoltre in televisione i giornalisti stanno manipolando le notizie e non capiamo se i personaggi siano vittime di un complotto, di un esperimento psicologico o di qualche evento apocalittico. Ma presto avanza anche l’ipotesi del virus, del contagio, ennesimo argomento che abbraccia le cronache contemporanee, un mix di supposizioni frullate come sempre dallo stile inconfondibile del regista basco: ritmo elevato, folti dialoghi, elementi horror, commedia nera e ovviamente il grottesco, in questo caso incarnato da un barbone che declama di continuo i passi della Bibbia.
“El Bar” è quindi una ludica metafora della Spagna dei giorni nostri, facilmente estendibile al mondo (occidentale) intero, dove la cultura del sospetto e della paranoia sembra trovare sempre più posto nella sensibilità comune. Situazioni al limite che De La Iglesia smorza con una dose di humour ovviamente basilare per il suo linguaggio cinematografico, capace di non prendersi mai troppo sul serio pur raccontandoci storie di ordinaria follia.
Il film convince soprattutto nella prima parte, quando l’impianto teatrale (una sola location) funziona e diverte, meno nelle fasi centrali, un calo fisiologico tutto sommato ipotizzabile visti gli eventi forsennati della mezzora iniziale. Ma il finale ha comunque il suo perché, una degna chiusura del cerchio per un’opera interessante e accattivante anche se lontana dalle vette raggiunte in passato dal regista. Álex De La Iglesia si mantiene sempre al di sopra della media, una prerogativa importante che aggiunge, anno dopo anno, valore alle sue pellicole e alla sua brillante carriera.

3,5

(Paolo Chemnitz)

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