Signs

di M. Night Shyamalan (Stati Uniti, 2002)

M. Night Shyamalan è un regista che non piace a tutti, questo è assodato. Non a caso, subito dopo i suoi primi successi (da “Il Sesto Senso” a “Unbreakable”), qualcosa ha cominciato inesorabilmente a scricchiolare, al di là dei feedback positivi ricevuti sia con questo “Signs” che con il successivo “The Village” (2004), due pellicole ben al di sopra della media generale. Pur essendo un prodotto mainstream, “Signs” funziona in quanto si rivela un film dai significati ben più profondi rispetto a quelli raffigurati sulla locandina: questa non è la solita fantascienza ridotta a una semplice invasione aliena, poiché si tratta di uno sci-fi/drama dai risvolti umani piuttosto marcati.
In una zona rurale della Pennsylvania, Graham Hess (Mel Gibson) vive con suo fratello Merrill (Joaquin Phoenix) e con i due figli Morgan e Bo. Graham è un pastore protestante che ha perso la fede dopo la tragica scomparsa della moglie in un incidente stradale. L’opera entra immediatamente nel vivo quando nel grande terreno di sua proprietà vengono scoperti dei misteriosi cerchi nel grano: lo scetticismo iniziale viene superato dal momento in cui la stessa situazione si manifesta in altre zone del mondo, accompagnata per giunta dall’apparizione di alcune navicelle spaziali nei cieli di numerose città. A questo punto, invece di mostrare gli extraterrestri in tutta la loro bruttezza, Shyamalan sposta l’attenzione sulle dinamiche familiari ed esistenziali di Graham, con risultati discretamente intriganti.
Il regista indiano (naturalizzato americano) non ha mai nascosto le fonti da cui ha preso ispirazione per questo film: “Invasione Degli Ultracorpi” (1956), “Gli Uccelli” (1963) e “La Notte Dei Morti Viventi” (1968), senza dimenticare un altro importante punto di riferimento, “Incontri Ravvicinati Del Terzo Tipo” (1977). Da una parte, la fantascienza old-school (soprattutto quella dei 50s), dall’altro lato invece il cinema d’assedio, quello in cui ci barrica in casa per la presenza di un elemento ostile all’esterno. In questo specifico caso, assistiamo a una serie di dinamiche concettualmente simili a quelle applicate due anni dopo per “The Village” (proprio durante questo periodo, la produzione di Shyamalan risulta profondamente influenzata dalle vicende dell’undici settembre). Gli alieni dunque come metafora del terrorismo, esattamente come accadeva nelle pellicole sci-fi degli anni cinquanta, quando il pericolo extraterrestre altro non era che il nemico comunista.
A livello di idee e di suggestioni, “Signs” raggiunge con facilità i suoi obiettivi, nonostante l’assenza di un chiaro simbolismo profetico e apocalittico (per trovarlo, sarà meglio rivolgersi all’intenso e paranoico “Take Shelter” di Jeff Nichols). La lentezza avvolgente dello script e una fotografia piuttosto cupa fanno il resto, consegnandoci un film capace di saper aspettare il momento propizio per sbatterci in faccia l’orrore alieno (se la prima apparizione risulta davvero inquietante, c’è da dire che più avanti la CGI aggiornata al 2002 mostra tutti i suoi limiti).
A conti fatti, ripensando alla recente e altalenante carriera di Shyamalan, “Signs” ne esce rafforzato, anche per via della sua possente carica introspettiva. Non è poco.

(Paolo Chemnitz)

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