Fando Y Lis

di Alejandro Jodorowsky (Messico, 1968)

Con il suo primo lungometraggio, Alejandro Jodorowsky fa le prove generali in vista dei suoi futuri capolavori. Il budget è povero, ma le idee sono già straripanti, grazie anche all’apporto decisivo dell’amico/collega di sempre Fernando Arrabal (l’opera prende ispirazione da una pièce teatrale scritta anni prima dal regista e drammaturgo spagnolo). “Fando Y Lis”, da noi conosciuto come “Il Paese Incantato”, è dunque un film propedeutico per comprendere la parabola artistica di Jodorowsky, un percorso ammaliante intriso di surrealismo, di (psico)magia e di mera provocazione.
Quello del viaggio iniziatico è già un tema centrale per il cineasta sudamericano: Fando e Lis (lei è una ragazza paralitica) sono infatti alla ricerca di un luogo mitico chiamato Tar, una città dove ogni desiderio può essere esaudito. Attraverso un continuo e ripetuto peregrinare, la coppia si imbatte in cumuli di macerie e nel caos di un paesaggio post-apocalittico privo di speranza, un panorama desolante nel quale ogni individuo incontrato può rappresentare una minaccia oppure un fantasma capace di rievocare i traumi del passato. Tra allucinazioni, personaggi grotteschi e un’inesorabile discesa nella follia, Fando e Lis si ritrovano a fare i conti con un destino beffardo. Perché Tar è una chimera.
Questa pellicola è indubbiamente avanti anni luce per l’epoca, non a caso il film alla sua uscita fu bandito in Messico (le cronache ci raccontano che Jodorowsky fuggì di nascosto da un festival cinematografico in quel di Acapulco, poiché la folla inferocita lo voleva linciare!). Le immagini forti non mancano, così come un’atmosfera generale votata a scandalizzare lo spettatore non preparato: dopotutto stiamo parlando di un discepolo di Breton, di un grande ammiratore di Buñuel, di un pilastro del Movimento Panico insieme a Roland Topor e al succitato Arrabal. Ne scaturisce un teatro della crudeltà (diventa obbligatorio citare pure Antonin Artaud, secondo il quale “il teatro è prima di tutto rituale e magico”) dalla forte connotazione poetica, allegorica e fantastica.
Questa bizzarra avventura resta tuttavia un punto di partenza non ancora messo a fuoco al cento per cento, praticamente un tentativo relativamente disciplinato di irrompere a gamba tesa sul grande schermo: se da un lato l’assenza di colore influisce non poco sulle suggestioni lanciate dal regista cileno (i cromatismi raggiungeranno l’apoteosi nel capolavoro “La Montagna Sacra”), è la sostanza narrativa il vero anello mancante della pellicola, anche perché “Fando Y Lis” più che favorire un ipotetico sviluppo delle vicende, alimenta un infinito loop a tratti persino faticoso da seguire. Nonostante un materiale in parte ancora acerbo, i ricordi positivi prevalgono comunque su quelli negativi. Dopotutto, nel 1968, nessuno aveva ancora messo in scena un inferno così originale come quello incarnato da “Fando Y Lis”.

(Paolo Chemnitz)

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