Ode To Nothing

di Dwein Baltazar (Filippine, 2018)

Questo dramma ci parla di solitudine, di vana speranza e di un vuoto da colmare: intitolarlo “Ode To Nothing” (“Oda Sa Wala”) non è stato dunque un caso, proprio perché all’interno del baratro non c’è possibilità di vedere la luce. Per raccontarci questa storia, la regista Dwein Baltazar ci trascina dentro una casupola piuttosto umile utilizzata anche come agenzia funebre, rimettendo in circolo quelle sensazioni macabre tanto care a un certo cinema filippino dei giorni nostri (pensiamo al recente “Purgatoryo”).
Gli affari per Sonya non vanno molto bene: da lei arriva al massimo un cadavere ogni ventiquattro ore, non di più, per una routine quotidiana alquanto difficile da sostenere (la donna deve anche dei soldi a un creditore). Quando un giorno la protagonista è costretta a dover nascondere la salma di una vecchia dentro la sua bottega (in attesa che qualche parente venga a reclamarla), nella sua testa scatta all’improvviso una scintilla. Sonya decide infatti di trasformare il corpo esanime dell’anziana in una sorta di confidente, in una sua amica con cui sfogarsi o con cui parlare dei problemi lavorativi. Per camuffare l’odore di putrefazione, basta cambiare i vestiti a quella signora, spruzzandole un po’ di profumo addosso. La disfatta però è dietro l’angolo.
“Ode To Nothing” non è una pellicola di facile fruizione, non a caso bisogna attendere almeno dieci minuti per ascoltare i primi dialoghi. Bastano però pochi secondi per apprezzare una fotografia a dir poco eccellente e una regia di alto spessore, due prerogative che ben si integrano con un formato 4:3 volutamente opprimente e claustrofobico. Durante la seconda parte del film, quando il cadavere è ormai ben integrato nella casa (dove Sonya vive da sola con il padre), c’è anche spazio per qualche bizzarro nonché assurdo teatrino weird, come quando assistiamo alle varie scene del pranzo in compagnia di quel corpo putrescente a cui sembra impossibile rinunciare (si intuisce un vago sentore di necrofilia capace di riportarci in mente persino il nostro “Buio Omega”, anche perché Sonya quella vecchia se la infila pure nel letto!).
Nonostante un finale aperto tutt’altro che convincente e qualche inevitabile pausa (dettata da un minimalismo a tratti esasperante), “Ode To Nothing” si rivela un lungometraggio di quelli che catturano lo sguardo senza mollare più la presa: dopotutto la Baltazar porta alle estreme conseguenze il folle rapporto tra una donna priva di futuro e una carcassa in via di putrefazione. Quando la vita è risucchiata dal nulla, dialogare con la morte diventa l’unica certezza.

(Paolo Chemnitz)

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