Detroit

detroitdi Kathryn Bigelow (Stati Uniti, 2017)

Questo film racconta una delle pagine più cupe della storia americana del dopoguerra. La pellicola è incentrata sugli scontri avvenuti a Detroit nel luglio del 1967, quando si scatenò una rivolta dei neri in seguito all’ennesima retata della polizia (ci furono quarantatré morti, oltre mille feriti, circa settemila arresti e ben duemila edifici distrutti). Kathryn Bigelow segue tali vicende fin dal principio, avvalendosi dell’ottima sceneggiatura di Mark Boal, già al suo fianco per i precedenti “The Hurt Locker” (2008) e “Zero Dark Thirty” (2012).
Possiamo dividere questo lungometraggio (due ore e venti di durata che trascorrono molto in fretta) in tre blocchi ben distinti: un primo assaggio molto concitato, in cui la camera a mano si muove nervosamente tra chiassosi locali frequentati dagli afroamericani, strade avvolte nel caos e una stazione di polizia in cui finiscono decine e decine di sospettati. Durante questa fase emerge soprattutto un personaggio, un agente dal grilletto facile di nome Krauss (Will Poulter), responsabile della morte di un nero dopo avergli sparato senza un motivo plausibile. Il film però decolla letteralmente nella parte centrale, quando ritroviamo questo sadico e spietato poliziotto all’interno del Motel Algiers, dove egli è impegnato nell’interrogare un gruppetto di neri e due giovani ragazze bianche (al fine di scovare chi tra loro ha sparato dei colpi di pistola verso alcuni militari appostati nei dintorni). Nonostante questo snodo cruciale sia stato appositamente romanzato (si basa soltanto sulle deposizioni dei testimoni), è qui che “Detroit” sale a un livello superiore di tensione, sbattendoci con la faccia al muro esattamente come accade a quel manipolo di poveri innocenti. Krauss è un aguzzino, poiché insieme ai suoi succubi colleghi sta attuando una tortura sia fisica che psicologica a dir poco impressionante, un comportamento in cui razzismo, odio e misoginia sembrano andare terribilmente a braccetto.
tumblr_ooav3m9MYp1vcul1eo6_500Non va meglio neppure nella (fin troppo) breve mezzora conclusiva dell’opera, ambientata quasi esclusivamente all’interno dell’aula di un tribunale: il processo nei confronti di quei poliziotti si rivela una farsa, lasciando mille interrogativi sull’ipotetico ruolo super partes delle istituzioni giuridiche statunitensi. Qui la Bigelow tramuta la violenza in amarezza, poiché nonostante sia il 1967 l’America è ancora in ostaggio delle peggiori discriminazioni civili e razziali.
Al di là di un’ottima regia e di un cast variegato ed efficace (nel quale spicca il bravo John Boyega), è importante rimarcare il ruolo basilare del sonoro e degli affascinanti riferimenti musicali dell’epoca: non aspettatevi comunque una pellicola incentrata sulle sommosse urbane o sulle difficoltà della vita nel ghetto, “Detroit” infatti parte da questi presupposti per poi svilupparsi seguendo gli eventi crudi e sconcertanti del Motel Algiers, dei quali possiamo solo ipotizzare la loro eventuale aderenza alla realtà (alcune scene ci appaiono fin troppo esasperate, ma Kathryn Bigelow è una regista che raramente tira il sasso e nasconde la mano). A fine visione resta soltanto tanta rabbia, perché “Detroit” non è altro che l’ennesima lezione di storia che fa malissimo.

4

(Paolo Chemnitz)

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One thought on “Detroit

  1. Che film stupendo! La Bigelow dimostra ancora una volta di essere uno dei migliori registi in circolazione. Questo è un film veramente forte che sa dove colpire e lo fa con violenza e in maniera diretta. Una piccola perla e mi dispiace che sia stata un po’ ignorata.

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