Piercing

piercingdi Nicolas Pesce (Stati Uniti, 2018)

Il nome di Nicolas Pesce ha cominciato a girare con insistenza negli ambienti indie d’oltreoceano dopo il coraggioso debutto “The Eyes Of My Mother” (2016), un film malsano che davanti a una narrazione frammentata rispondeva con immagini fortemente destabilizzanti, una piccola gemma in b/n ricca di fascino e di puro orrore. Oggi invece, in attesa del discutibile reboot di “The Grudge” (prodotto da Sam Raimi e ovviamente in linea con i precedenti capitoli realizzati in America), questo giovane regista non ancora trentenne si diletta con un lungometraggio di neppure ottanta minuti che prende ispirazione dall’omonimo libro di Ryû Murakami.
La trama di “Piercing” è molto esile: un uomo (Reed è interpretato da Christopher Abbott) saluta la moglie e il figlioletto, in teoria il suo è un viaggio di lavoro ma in realtà egli è intenzionato a compiere un omicidio, coinvolgendo una prostituta (Mia Wasikowska) dopo averla fatta entrare nella stanza di un hotel. In attesa che avvengano i (mis)fatti, la mente del protagonista è già al lavoro (“probabilmente proverà a scappare e urlerà. In ogni caso, il primo passo è legarla e imbavagliarla”), ma tutti questi preparativi risultano vani non appena conosciamo l’identità di questa escort e la sua propensione per il sadomasochismo.
“Piercing” è il classico esercizio di stile che a fine visione lascia poco o nulla negli occhi dello spettatore: le intriganti inquadrature (Pesce sa usare bene la mdp) e l’utilizzo dello split screen (De Palma docet) rendono la regia dinamica e a tratti elegante, però a questa estenuante cura formale non corrisponde un’adeguata sceneggiatura, talmente povera e risicata che forse con un mediometraggio tutto avrebbe avuto più senso. In “Piercing” non c’è tensione (neppure sessuale, anche se alcune immagini farebbero pensare il contrario), non c’è partecipazione (la Wasikowska appare piuttosto imballata) e manca persino un finale adeguato, dubbi che si sommano minuto dopo minuto lasciando volutamente incompiuto questo prodotto a tratti veramente noioso. Oltre a quanto accennato sopra, dal marasma generale riusciamo a salvare gli ottimi effetti (notevole la scena delle forbiciate nella coscia) e una ricerca cromatica decisamente interessante (il colore giallo ritorna più volte negli oggetti chiave del film), due aspetti che almeno riportano a galla un lavoro altrimenti pessimo.
Diventa addirittura fuorviante (per non dire superfluo) ascoltare le musiche dei Goblin e di altri celebri compositori di italiana memoria, un ripescone vintage (Pesce però non è Tarantino!) che si ripete spesso con citazioni sparse più o meno credibili (la deriva visionaria omaggia Cronenberg, il punteruolo da ghiaccio riporta in mente “Basic Instinct”), un copia e incolla che si perde tra pastose scenografie vellutate e una storia praticamente nulla. Ci fosse stato almeno del sano intrattenimento avremmo sbadigliato di meno: niente da fare, “Piercing” è un ricettacolo di perversione patinata con qualche gentile concessione al bel cinema di una volta. Irritante.

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(Paolo Chemnitz)

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