Flowers

flowersdi Phil Stevens (Stati Uniti, 2015)

Phil Stevens è un giovane regista (classe 1983 e originario di Philadelphia) molto attivo all’interno della scena underground americana. Oltre a collaborare con l’Unearthed Films, Stevens ha diretto recentemente un paio di pellicole di confine, “Flowers” (2015) e “Lung II” (2016), quest’ultima collegata alla prima (si tratta di un prequel girato in bianco e nero). Ma è proprio “Flowers” ad aver lasciato il segno tra gli appassionati di horror estremo: ottanta criptici minuti che rinunciano a qualsiasi dialogo inoltrandoci in un incubo astratto e surreale, concepito con uno spirito di taglio prettamente art house. Un film difficile, complesso e metaforico che in questa sede abbiamo appena rivisto a distanza di due anni, proprio per cercare di afferrare con maggior profondità alcuni significati non facili da cogliere nell’immediato.
“Flowers” è un prodotto immerso nel silenzio (il sonoro svolge comunque un ruolo importante) e nelle atmosfere, perché non serve il caos per dipingere l’anticamera dell’inferno. Come in un rituale di passaggio, l’opera di Phil Stevens si basa sul viaggio e non sulla destinazione, il regista infatti ci traghetta dentro sei vicende che coinvolgono altrettante ragazze, ognuna delle quali vittima dello stesso killer. Intrappolate nella casa del loro aguzzino, una alla volta le giovani scoprono il loro presente (la morte) e il loro passato (fotografie e altri oggetti), muovendosi di stanza in stanza con il terrore dipinto sul volto.
Phil Stevens crea il set dentro il suo appartamento, rimodellando ogni ambiente con un’attenzione maniacale per la messa in scena, appesantita a dovere da scenografie sovraccariche che tolgono il fiato non solo alle povere malcapitate. Ogni inquadratura è colma di sporcizia, di macchie, di liquami organici e di rimandi alla vita quotidiana, ma allo stesso tempo questo luogo è privo di colori accesi (la fotografia è desaturata), proprio perché quella a cui assistiamo è solo una lenta discesa verso l’oblìo definitivo, un pallido limbo prima del nulla assoluto. “Flowers” diventa così un film lugubre e decadente, un lercio tunnel che non offre vie d’uscita: la putrefazione è palpabile, tra scheletri marci e teste di maiale piuttosto weird che trasmettono inquietudine, mentre questi fiori ormai schiacciati appassiscono inesorabilmente in un tripudio di sangue e merda. Si tratta di donne abusate, umiliate e massacrate, le quali trovano intorno a loro (e non dentro di loro) i segni di tali sopraffazioni, nel cuore di una casa devastata dal dolore.
Quello del regista americano è un horror sperimentale che non rinuncia a una certa eleganza di fondo: “Flowers” è cinema putrido che prende le dovute distanze dall’esibizionismo shock di altri titoli di stampo underground. Un lavoro corale (nonostante le storie slegate tra loro) che soffre solo di una certa pretestuosità nel volerci sbattere continuamente in faccia un simbolismo alla lunga estenuante e non sempre comprensibile. Ma le risposte le possiamo trovare soltanto restando impassibili davanti a questo silenzio plumbeo e viscerale.

3,5

(Paolo Chemnitz)

Flowers-

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