L’Inferno

l'infernodi Francesco Bertolini, Giuseppe De Liguoro e Adolfo Padovan (Italia, 1911)

All’inizio dello scorso secolo l’Italia era un paese all’avanguardia, non a caso la nostra industria cinematografica si sviluppò con grande rapidità almeno fino al primo conflitto mondiale, quando poi iniziò un declino destinato a essere soppiantato dalla potente concorrenza di Hollywood. Se il kolossal “Cabiria” (1914) rappresenta l’apice incontrastato di questo periodo, è doveroso fare anche un passo indietro fino al 1911, quando fu realizzata un’opera controversa destinata a lasciare un segno indelebile all’interno del cinema visionario che tanto piace a noi.
Abbiamo riassaporato “L’Inferno” nella sua versione restaurata del 2002, per l’occasione musicata egregiamente dai Tangerine Dream. Questo film muto è composto da cinquantaquattro scene e si ispira inequivocabilmente alle celebri illustrazioni di Gustave Doré, una testimonianza importante di quanto il cinema sia legato da sempre a doppio filo con tutte le altre discipline artistiche. Rispetto all’opera dantesca, ci sono alcuni cambiamenti e qualche omissione, ma nonostante ciò la pellicola rispetta fedelmente la prima cantica della Divina Commedia trasportandoci in questi gironi incredibilmente suggestivi. Le tante didascalie ci presentano i personaggi che stiamo per incontrare e il peccato che hanno commesso, uno sviluppo a blocchi dove ovviamente non era ancora prevista una chiara struttura narrativa. Si tratta comunque di uno spettacolo per gli occhi, non solo per le oscure suggestioni comunicate da alcune scene (l’apparizione di Lucifero è superba) ma soprattutto per la resa ottimale dei primi effetti speciali (l’utilizzo della sovraimpressione o di alcune tecniche teatrali si rivela eccellente).
Le scenografie e i costumi sono curati con grande attenzione, l’ennesimo punto a favore di un film che per l’epoca si poteva già definire estremo, inquietante, persino disturbante (mettiamoci nei panni di uno spettatore che nel 1911 si ritrova catapultato in questo sottomondo sulfureo, dove Maometto ha il petto squarciato oppure Bertran De Born ha la testa staccata). In fin dei conti il cinema di confine nasce con l’avvento del cinema stesso, con la fantascienza di Georges Méliès (“Viaggio Nella Luna” del 1902) o con le incredibili atmosfere proto-horror di questa pellicola, un’opera per giunta affiancata durante lo stesso periodo da un altro titolo quasi omonimo (“Inferno”, sempre italiano) in cui veniva sfruttata con maggior enfasi la nudità dei dannati.
Quando “L’Inferno” sbarca negli Stati Uniti il successo è incredibile, perché stiamo parlando di un antesignano dei moderni blockbuster, quelli che oggi importiamo noi dall’America. I tempi sono cambiati, peccato che siamo sempre in pochi a riconoscere la grandezza del nostro passato.

4

(Paolo Chemnitz)

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