Simon Killer

simon kdi Antonio Campos (Stati Uniti/Francia, 2012)

Il protagonista assoluto di “Simon Killer” è Brady Corbet, un giovanotto (classe 1988) che nel giro di pochi anni è passato con successo dall’altra parte della telecamera, realizzando per adesso un paio di film, il severo “L’Infanzia Di Un Capo” (2015) e il glitterato “Vox Lux” (2018). Il suo collega Antonio Campos lo ha invece diretto in questa pellicola del 2012, cucendogli addosso una storia tanto realistica quanto disperata.
Dopo aver rotto con la fidanzata in America, Simon arriva a Parigi in cerca di svago e di nuove avventure: il ragazzo si ritrova completamente spaesato in una metropoli che non gli appartiene, nonostante egli sia in grado di parlare il francese abbastanza bene. La svolta sopraggiunge quando Simon conosce in un night club una bella prostituta (Victoria), la quale si innamora di lui. L’uomo però è un sociopatico mentalmente instabile, capace di manipolare le persone a suo piacimento con le bugie e mostrando loro un finto attaccamento, quello che per l’appunto accade durante il proseguimento dell’opera, in cui i sentimenti del giovane si dimostrano fasulli e ingannatori anche nei confronti di altre figure presenti nella storia.
Antonio Campos (un regista che recentemente ha dimostrato tutto il suo valore nel riuscitissimo “Christine”) sfrutta con grande bravura le atmosfere di Parigi, rendendo la città spettrale e ostile insieme ai suoi abitanti, fantasmi che camminano per le strade nella speranza di potersi sfiorare anche solo per un istante. In questa situazione di palpabile solitudine, l’evoluzione degli eventi diventa dunque dolorosa e sgradevole, perché ogni contatto umano nasconde sempre qualcosa di losco e perverso.
Possiamo definire “Simon Killer” come un noir a tinte fosche contornato dal (melo)dramma, un lavoro dove anche il sesso, mai realmente vissuto con passione ed empatia, diventa una sorta di voragine in cui Simon sprofonda insieme alla donna che ha accanto. C’è qualcosa di tremendamente vero in questo lungometraggio, come se le esperienze del protagonista fossero uguali a quelle di tanti altri uomini che si aggirano in qualche grande metropoli occidentale: qui risiede la pura essenza del film, in questa sincerità a dir poco annichilente nel saper dipingere con estrema freddezza un personaggio borderline, un punto a favore che riscatta qualche lungaggine di troppo e una colonna sonora non molto azzeccata. Concettualmente parlando, non siamo poi così distanti dalle ossessioni patologiche viste in “Shame” (2011) o dalle possenti masturbazioni autobiografiche assaporate in “Love” (2015), solo che al contrario di Steve McQueen e di Gaspar Noé, Antonio Campos procede dritto in una sola direzione puntando tutto sul protagonista e mettendo anche noi spettatori con le spalle al muro. Un film che dunque merita attenzione, nonostante sia finito troppo in fretta nel dimenticatoio.

3,5

(Paolo Chemnitz)

simon killer

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