Bruno Reidal, Confession Of A Murderer

di Vincent Le Port (Francia, 2021)

All’interno del circuito cinematografico a noi caro, c’è da dire che “Bruno Reidal” non è un film basato su uno psicopatico come tanti altri. Per una volta, non è stato scelto un assassino divenuto celebre in patria per qualche strage sconsiderata (pensiamo ad esempio ad Olga Hepnarová nella ex Cecoslovacchia oppure a Martin Bryant in Australia), bensì un ragazzino di diciassette anni colpevole di aver ucciso (nel lontano 1905) uno sfortunato dodicenne. Perché allora il regista Vincent Le Port ha scritto e diretto un biopic incentrato su di lui? Semplice, di Bruno Reidal (per l’occasione, il nome del protagonista è stato modificato) sappiamo praticamente tutto.
La pellicola ha inizio dalla fine, dal momento in cui questo strambo adolescente uccide e poi decapita la sua vittima: il giovane si costituisce e viene subito interrogato da uno staff di medici, i quali cercano di capire se l’azione sia stata portata a termine in maniera lucida o meno. Per comprendere la sua psiche, a Bruno gli viene chiesto di scrivere in cella le sue memorie, raccontando per filo e per segno ogni suo ricordo. L’opera riparte dunque dall’infanzia del ragazzo, per poi virare sulla sua esperienza come seminarista prima del terribile episodio (riproposto durante l’epilogo con maggiore crudeltà).
Vincent Le Port non ha potuto usufruire di un budget importante ma è riuscito comunque a sfruttare una discreta location immersa nella natura: il paesaggio rurale in cui si svolge la storia entra così in contrasto con la mente disturbata di Bruno ma soprattutto con i suoi traumi (la scena del primo orgasmo) e con i suoi impulsi legati al desiderio di uccidere. Non a caso, dopo aver assistito alla consueta cerimonia annuale dell’abbattimento del maiale, nella testa del bambino iniziano a materializzarsi dei pensieri malsani (“ero contento di vedere un maiale ucciso. Non di vederlo sanguinare, perché quando lo dissanguavano, scappavo quando lo sentivo stridere. Poi un giorno, ascoltai i miei genitori mentre raccontavano di un uomo che era stato ammazzato. E pensai tra me e me: vengono uccisi anche gli uomini?”).
Senza dubbio, l’approfondimento psicologico del protagonista (in ogni sua fase della fanciullezza) è la parte più riuscita del film, grazie anche a una manciata di piccoli attori non professionisti davvero in palla (il Bruno diciassettenne è interpretato da Dimitri Doré). Attraverso l’accurata analisi di questo giovane e del suo rapporto con la famiglia e con la religione, il regista crea una sorta di universo cinematografico non troppo dissimile da quello già visto nelle opere più austere di Robert Bresson. Tuttavia, qui si avverte la mancanza di un elemento chiave che avrebbe potuto trasformare “Bruno Reidal” in un prodotto maggiormente appetibile. Perché tra voce fuoricampo, lugubri interrogatori e una ricostruzione più o meno intrigante di quell’angolo povero e contadino della Francia, a mancare è proprio un soggetto forte e impetuoso capace di fare la differenza. In definitiva, il film si rivela moderatamente valido, ma va guardato soltanto se vi incuriosiscono le tristi vicende di questo fragile nonché pericoloso ragazzino vissuto per davvero.

(Paolo Chemnitz)

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