This Transient Life

di Akio Jissôji (Giappone, 1970)

Akio Jissôji (1937-2006) è stato un regista giapponese che ha attraverso diverse fasi cinematografiche: noi ce lo ricordiamo sia per i primi lungometraggi (la cosiddetta trilogia buddista, composta da “This Transient Life”, “Mandara” e “Poem”) che per il segmento presente nell’horror estremo “Rampo Noir” (2005), senza dimenticare l’importante contributo dato al mondo delle serie televisive (troviamo Jissôji al timone di “Ultraman” già a partire dalla seconda metà dei 60s).
“This Transient Life” (il titolo originale è “Mujô”) è considerato a ragione uno dei momenti più significativi dell’intera new wave giapponese: all’interno di queste due ore abbondanti di visione, il regista ci racconta una storia basata sul rapporto controverso tra il giovane Masao e sua sorella minore Yuri. I genitori vorrebbero veder sposata la loro figlia, ma l’ingenua Yuri sembra soddisfatta così, all’interno di una comfort zone nella quale sguazza senza preoccuparsi del futuro. Masao è invece un nullafacente (non studia e non lavora), un individuo asociale la cui unica passione sono le statue buddiste. A un certo punto, “This Transient Life” si focalizza sulla relazione incestuosa tra i due, rivelando la personalità immorale del protagonista, un personaggio dissoluto intenzionato a introdurre la sorella a ogni tipo di piacere sessuale.

La grande particolarità di questo lavoro va ricercata nel suo stile e nella sua eleganza: se da un lato “This Transient Life” può essere considerato un pinku eiga (per via dei suoi contenuti erotici votati all’edonismo più sopraffino), non è possibile trascurare la sua profonda vena autoriale (per non dire sperimentale), un approccio capace di sottolineare a più riprese la componente drammatica e filosofica del film. Tali sensazioni vengono avvalorate da un commento musicale di matrice barocca, l’ennesimo tocco di classe capace di donare ulteriore fascino alla pellicola.
Le qualità di Akio Jissôji escono allo scoperto nei lenti nonché delicati movimenti della macchina da presa, inquadrature dove non c’è mai posto per la staticità: anche quando il potenziale narrativo del film tende vistosamente a ristagnare, il regista non ferma mai il suo raggio di azione, mantenendo sempre vivo il nostro sguardo (gli occhi non possono che ringraziare, complice pure una magnifica fotografia in b/n). Per i cultori dell’avanguardia, “This Transient Life” è dunque un titolo fondamentale, l’ennesimo tassello di rara bellezza realizzato nel cuore di una stagione praticamente irripetibile per il cinema del Sol Levante. Il tempo non aspetta nessuno.

(Paolo Chemnitz)

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