Vortex

di Gaspar Noé (Francia/Belgio, 2021)

La vecchiaia stessa è una malattia. Ancora meglio, “senectus ipsa est morbus”, come affermava il commediografo romano Publio Terenzio Afro in una sua opera del secondo secolo avanti Cristo. Accostando la succitata frase alla filosofia esistenzialista di Gaspar Noé (“le temps détruit tout”), non può che nascere il vortice, quel turbinìo capace di risucchiare ogni speranza fino a farla sprofondare nella morte. È il nostro destino, non possiamo scappare.
Abbandonate le luci al neon, le droghe e la potenza visionaria di alcuni dei suoi lavori più recenti, il regista franco-argentino qui recupera quel realismo annichilente che lo aveva portato alla ribalta con l’indimenticabile esordio “Seul Contre Teus” del 1998. “Vortex” è infatti un dramma da appartamento girato con un budget esiguo ma con tanta passione e con una manciata di attori a dir poco eccellenti: lei, interpretata da Françoise Lebrun, è affetta da demenza senile e vaga sperduta tra quelle camere senza neppure capire cosa stia accadendo attorno a sé. Suo marito, un sorprendente Dario Argento, è invece uno studioso di cinema (tematica ricorrente nelle pellicole di Noé) ed è malato di cuore. In mezzo a quei libri tutti ammassati e a quella confusione così pregna di vita consumata, la coppia condivide un declino inesorabile, gli ultimi giorni di un’esistenza che perderebbe ogni senso lontano da quelle mura (il figlio Stéphane non riesce a imporsi davanti a un padre incastonato dentro quella casa, ovvero nel suo passato).


Un parallelismo tra “Amour” (2012) e “Vortex” è un percorso quasi obbligato: se però il capolavoro di Michael Haneke si focalizza maggiormente su una poetica del sacrificio e della sopportazione del dolore, nel lungometraggio di Noé si respira a pieni polmoni un nichilismo senza via d’uscita, un baratro messo in evidenza fin da subito dall’utilizzo dello split screen. Non è affatto difficile seguire il film attraverso questo schermo perennemente spaccato in due, anche perché da una parte spesso c’è un fantasma che ha perso quasi del tutto la lucidità: l’unico vero protagonista, al contrario, è un grande Dario Argento (con il suo fantastico francese grossolano). Tale soluzione estetica scelta da Noé si rivela fondamentale oltre che necessaria, poiché ci riconduce a un concetto estremo di solitudine, agganciandosi brutalmente alla tematica portante del già citato “Seul Contre Teus”. È infatti fittizia la compagnia che si fanno i due anziani, così come è fittizio il loro letto matrimoniale (in realtà, si tratta di due brandine attaccate tra loro). Loro sono soli, pur vivendo insieme.
Per raggiungere la perfezione, Gaspar Noé avrebbe dovuto sforbiciare di una ventina di minuti una prima ora meno accattivante, ma come abbiamo già visto in “Climax” (2018), c’è un crescendo che colpisce alle spalle come la più atroce delle coltellate. “Vortex” diventa sempre più potente, sempre più deprimente, sempre più mortifero, sbattendoci in faccia un futuro a cui non potremo mai dire di no, perché sarà lui a venirci a prendere.

(Paolo Chemnitz)

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