La Donna Scimmia

di Marco Ferreri (Italia/Francia, 1964)

Quella linea invisibile che collega due capolavori come “Freaks” (1932) e “The Elephant Man” (1980) passa anche dall’Italia, grazie a una pellicola non sempre ricordata a dovere dagli appassionati. Solo un grande provocatore come Marco Ferreri poteva dare vita a un film così crudele e controverso, nonostante “La Donna Scimmia” sia un dramma attraversato costantemente dai bagliori di una commedia grottesca.
Presentato a Cannes nel 1964, questo lungometraggio prende ispirazione dalla vera storia di Julia Pastrana, una donna messicana affetta da ipertricosi. Per via della sua peluria in eccesso, la ragazza fu sfruttata come fenomeno da baraccone fino alla sua morte (avvenuta nel 1860). Ferreri parte da qui, spostando però le vicende a Napoli, dove un tale Antonio Focaccia (un logorroico ma sempre pimpante Ugo Tognazzi) fiuta l’occasione della vita dopo aver incontrato casualmente una giovane con il volto quasi completamente ricoperto di peli (Maria è interpretata da un’ottima Annie Girardot). La protagonista cede alle lusinghe di questo imbroglione da quattro soldi, il quale la trasforma per il pubblico nell’unico esemplare vivente di donna-scimmia. Se dunque il laido e ripugnante Antonio inganna Maria, lei invece si innamora di lui: da questo orribile rapporto basato sull’avidità dell’uomo, si sviluppa una vicenda non priva di ulteriori sgradevoli sorprese, in attesa di un epilogo tanto amaro quanto tristemente inevitabile (inizialmente censurato, il finale voluto da Ferreri è stato finalmente reintegrato nella versione appena restaurata dalla Cineteca di Bologna).
L’acuto cinismo del regista non si tira affatto indietro, mettendo subito a confronto la mostruosa personalità di Antonio Focaccia con la delicata sensibilità della dolce e ingenua Maria, da lui trattata non come una donna ma come una scimmia a tutti gli effetti (alcune scene mettono davvero a disagio). Non bastano dunque i ripensamenti dell’ultima ora (il matrimonio) per farci cambiare idea sul personaggio di cui sopra, perché nella testa del miserabile Antonio gli interessi economici riescono a convivere perfettamente con una forma di pietà estremamente falsa e patetica.
Il trucco e l’imbruttimento forzato di Annie Girardot non fanno perdere nemmeno un briciolo di sensualità/femminilità alla sfortunata protagonista, perché la sua Maria ha qualcosa di speciale che va ben oltre il semplice aspetto fisico. Questo lo comprendiamo fin dalle prime immagini nel convento, un luogo in cui la ragazza vive nel suo piccolo ma dignitoso microcosmo. Uscire da quel guscio (arrivando persino a Parigi!) significa dare inizio all’ennesima tragica parabola del diverso da tutti disprezzato: diventa così automatico sfociare nella sfera del disumano, in una realtà viscido-borghese dove qualunque cosa è in vendita, anche solo per il mero intrattenimento. Per essere un prodotto del 1964, quello di Ferreri è un film a suo modo devastante, alla faccia del politicamente corretto (qui ve lo potete scordare) e del buonismo più ipocrita.

(Paolo Chemnitz)

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