Shallow Grave

di Danny Boyle (Gran Bretagna, 1994)

“Shallow Grave”, ribattezzato in Italia con l’imbarazzante titolo “Piccoli Omicidi Tra Amici”, è il primo lungometraggio realizzato da Danny Boyle. Purtroppo, come spesso accade, si tende a dimenticare in fretta un buon film dal momento in cui il successivo diventa un fenomeno cinematografico su scala mondiale: in questo caso parliamo di “Trainspotting” (1996), pellicola grazie alla quale esplosero in concomitanza sia il regista di Manchester che l’attore Ewan McGregor.
Il giovane McGregor (all’epoca sconosciuto) parte proprio da qui, interpretando Alex, un ragazzo alla ricerca di un nuovo coinquilino per l’appartamento già condiviso con gli amici David (Christopher Eccleston) e Juliet (Kerry Fox). La scelta dei tre ricade su un misterioso scrittore che lascia trasparire poco della sua vita: la trama si infittisce ulteriormente quando l’uomo viene ritrovato morto nella sua stanza, apparentemente per un’overdose di eroina. Inoltre, c’è una valigia ricolma di sterline sotto al letto del cadavere, una ghiotta occasione per il trio (basta fare a pezzi il corpo, seppellirlo in un bosco per poi spartire il malloppo). Sulla carta un’operazione abbastanza facile, in realtà l’inizio di un rapporto sempre più complicato e controverso per i protagonisti, un rapporto sancito da un finale giustamente cinico e beffardo come l’intera storia messa in scena da Boyle (“oh sì, io credo negli amici. Credo che abbiamo bisogno degli amici. Ma se un giorno scopri che non ti puoi più fidare di loro… Allora cosa? Allora cosa?”).
“Shallow Grave” è un film imprevedibile, brillante (nei dialoghi) e ben recitato, un thriller capace di includere al suo interno elementi sia di marca noir (c’è un debito con le prime cose dei fratelli Coen) sia vicini alla commedia nera. Fin dai titoli di testa, entriamo a gamba tesa dentro alcune prerogative che faranno la fortuna del regista, tra musica techno e un montaggio studiato ad hoc per mantenere lo spettatore in continua tensione.
L’ambientazione scozzese funziona, mentre la sceneggiatura, seppur non impeccabile, viene prontamente arricchita da un contorno sadico e cattivo tutt’altro che gratuito: in effetti, stiamo sempre parlando dell’essere umano, capace di tradire o di accoltellare anche la persona a lui più cara. A tal proposito, è lo studio attorno alla psicologia di David a stupire maggiormente, considerando l’indole apparentemente tranquilla di questo giovane borghese. Per i cultori del cinema british anni novanta, “Shallow Grave” è dunque un lungometraggio praticamente indispensabile, al di là di un potenziale comunque messo in ombra dai futuri successi del regista inglese. Un piccolo classico da riscoprire. 

(Paolo Chemnitz)

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