Die Tödliche Maria

di Tom Tykwer (Germania, 1993)

Scavando a ritroso nella carriera di Tom Tykwer, è possibile imbattersi in un lungometraggio davvero cupo e claustrofobico, “Die Tödliche Maria” (“Deadly Maria” per gli anglofoni). È il 1993 e il regista tedesco si muove nei più lugubri territori underground, in attesa di fare il grande salto prima con “Lola Corre” (1998) e successivamente con una serie di titoli ancora più conosciuti (da “Profumo – Storia Di Un Assassino” fino al più recente “Cloud Atlas”).
Senza fare troppi complimenti, l’incipit ci sbatte subito in faccia la triste quotidianità di Maria (Nina Petri), una donna infelice ripresa mentre fissa il lampadario durante uno squallido amplesso con il marito. Non va meglio con il despotico padre, un personaggio spregevole che lei deve accudire per via di un ictus. Per Maria, le uniche distrazioni sono rappresentate dal timido scambio di sguardi con il vicino di casa e da una collezione di insetti che tanto hanno in comune con la misera esistenza della protagonista. Attraverso numerosi flashback, il regista ricostruisce l’infanzia di Maria, delineandone con precisione un profilo psicologico segnato da una serie di sogni, di speranze e di illusioni (la voce fuoricampo della donna ci guida senza tregua nel suo tortuoso labirinto mentale).
Ci troviamo all’inizio degli anni novanta: in Germania, la nera cappa del cinema di Jörg Buttgereit ha appena lasciato il segno con una serie di pellicole veramente opprimenti. Tom Tykwer riparte dalle fosche atmosfere del suo conterraneo collega, optando tuttavia per un esistenzialismo meno funereo e nichilista, considerando le derive (persino) surreali di cui è intriso questo “Die Tödliche Maria” (il film si risolve con un tragico nonché liberatorio finale). Restiamo dunque ancorati all’interno di una cornice prettamente drammatica, al di là di una colonna sonora di marca horror (per chi non lo sapesse, Tykwer è anche un ottimo compositore) e di una regia a tratti destabilizzante, dove la minuziosa attenzione per i dettagli ci permette di apprendere dei segreti di rara importanza. Non a caso, la statuetta dentro la quale Maria nasconde i soldi, si rivela un feticcio di enorme valore, una sorta di alter ego inscindibile dal percorso traumatico della nostra protagonista.
Nonostante “Die Tödliche Maria” sia un lavoro complesso e narrativamente contorto, non possiamo che invitarvi a riscoprire questi affascinanti fotogrammi, immagini figlie di un periodo molto florido per la Germania estrema. Tom Tykwer ci racconta di una ferita sempre aperta, di un dolore che può soltanto coincidere con le più oscure pulsioni di morte.

(Paolo Chemnitz)

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