Marilyn

di Martín Rodríguez Redondo (Argentina/Cile, 2018)

“Marilyn” ha avuto il suo piccolo momento di celebrità nel 2018, quando fu proiettato al Festival di Berlino. Anche se oggi dalle nostre parti questo film non se lo ricorda più nessuno, nella comunità LGBT sudamericana sono ancora in molti a parlare del personaggio di Marcelo Bernasconi (detto Marcos), il protagonista delle vicende (la pellicola è basata su un tragico episodio di cronaca nera accaduto nel 2009).
Ci troviamo in uno sperduto ranch della pampa argentina, dove il giovane Marcos vive con i genitori e con il fratello maggiore. Il ragazzo, attratto da alcuni abiti femminili presenti dentro casa, li ruba per recarsi a una festa di carnevale con le sembianze di una donna, Marilyn (il suo alter ego). Questo ribaltamento dell’ordine precostituito conosce presto il suo epilogo, perché i balli notturni sono destinati a terminare e con loro la possibilità di trasgredire all’interno di quella piccola comunità. Lungo la strada del ritorno, Marcos viene infatti violentato dal figlio di un contadino con cui si era intrattenuto durante quell’evento. Ma non è tutto, poiché il film comincia a prendere forma proprio da questo avvenimento, per poi svilupparsi attorno al rapporto sempre più conflittuale tra il protagonista e sua madre, in attesa di una scioccante conclusione.
Desiderato e discriminato. Marcos è costretto a rimanere in equilibrio tra questi due fuochi: egli è un oggetto sessuale per qualcuno ma allo stesso tempo nessuno lo considera un individuo come gli altri, a cominciare dalla sua famiglia (successivamente, la madre non accetta che il figlio abbia una relazione omosessuale con un altro ragazzo).
Il regista Martín Rodríguez Redondo sceglie un approccio decisamente sobrio e asciutto, nel quale c’è poco spazio per una narrazione avvincente e coinvolgente: l’unico grande limite di “Marilyn” è infatti da ricercare nella totale freddezza in cui si svolgono le vicende, una prerogativa che lascia correre vaghe sensazioni al posto di rigide e controverse emozioni. La prova del bravo Walter Rodríguez (è lui l’attore nei panni del credibile Marcos/Marilyn) si rivela dunque limitata dalla mancanza di empatia tra noi spettatori e le sue disavventure, mentre al contrario funziona a dovere tutta la cornice dentro la quale si muove il nostro personaggio (il rumore di un motorino in avvicinamento non è mai un segnale positivo su quelle strade malandate che ci sbattono in faccia l’arretratezza culturale ed economica di un intero territorio).
Questa produzione tra Argentina e Cile rimette in circolo delle tematiche assolutamente attuali che non devono mai essere perse di vista, al di là di un’appartenenza LGBT da non prendere come mera etichetta da appiccicare su questo genere di pellicole. “Marilyn” non è un’opera imprescindibile, però ha dei buoni momenti di pura e totale amarezza da non sottovalutare. Superato il limite, non si torna più indietro.

(Paolo Chemnitz)

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