Coming Home In The Dark

di James Ashcroft (Nuova Zelanda, 2021)

Questo è un thriller che non piacerà al grande pubblico, bensì a una determinata nicchia di cinefili (ovvero noi appassionati di pellicole di confine e pochi altri). “Coming Home In The Dark” è infatti un film cinico, destabilizzante, politicamente scorretto e bastardo fino al midollo, un’opera secca e diretta nella quale la violenza esplode all’improvviso, mettendoci letteralmente con le spalle al muro.
Il regista James Ashcroft, qui al suo debutto dopo una lunga serie di cortometraggi, ha adattato la sceneggiatura ispirandosi all’omonimo racconto breve scritto da Owen Marshall. La storia va subito dritta al sodo, catapultandoci in una zona remota della Nuova Zelanda, dove una famigliola borghese composta da Hoaggie (il padre), Jill (la madre) e i loro due figli adolescenti si sta recando per una gita. Dopo quattro chiacchiere in macchina, ritroviamo i protagonisti seduti sul prato, in procinto di godersi quel paesaggio così silenzioso e incontaminato. Il pericolo però è in agguato: due vagabondi dall’aria poco raccomandabile si avvicinano ai poveri malcapitati, prima minacciandoli con toni beffardi e poi trascinandoli via mentre il sole comincia a scendere all’orizzonte.
Se inizialmente l’incontro con i due criminali sembra quasi volerci suggerire una replica altrettanto infame di “Funny Games” (stavolta in versione open air, sotto lo sguardo di un limpido cielo australe), tali suggestioni si tramutano in qualcosa di molto più angosciante una volta che Hoaggie e Jill sono costretti a intraprendere, loro malgrado, un interminabile viaggio nel cuore della notte insieme ai loro aguzzini. Un tragitto segnato dalla desolazione del percorso e da una tragica scia di sangue, con l’obiettivo unico di arrivare a casa (il titolo del film non si riferisce affatto alle tranquille pareti del focolare domestico, bensì a un luogo specifico che conosciamo strada facendo).
L’assortimento tra i vari personaggi funziona divinamente, a cominciare dalla coppia di balordi: lo strafottente Mandrake (un ottimo Daniel Gillies) comanda le operazioni, uccide senza pietà e architetta ogni mossa, mentre la sua parte complementare (Matthias Luafutu è il taciturno Tubs) esegue ogni compito, mostrando tuttavia una fragilità di fondo dettata probabilmente da qualche trauma subito in passato. Il confronto tra questi individui e i due coniugi (Hoaggie e Jill nella vita fanno gli insegnanti) si tramuta però in qualcosa di molto controverso una volta che “Coming Home In The Dark” inizia inesorabilmente a mostrare le carte (la genesi della violenza parte da molto lontano). Forse si poteva sorvolare sui flashback, ma si tratta comunque di un difetto di poco conto, anche perché durante questi novanta minuti di visione è davvero difficile staccare gli occhi dallo schermo. Speriamo che qualcuno riesca a portare questo film dalle nostre parti, non di certo al cinema, ma almeno in edizione home video. 

(Paolo Chemnitz)

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