Profondo Rosso

di Dario Argento (Italia, 1975)

Solitamente, un grande ciclo si apre sempre con i fuochi d’artificio, per poi svanire lentamente nell’oblio. Dario Argento parte con il botto (“L’Uccello Dalle Piume Di Cristallo”) ma allo stesso tempo raggiunge il suo apice personale in ambito italian giallo proprio con “Profondo Rosso”, il suo quarto lungometraggio legato al genere di riferimento. Una pietra miliare al contrario, per tanti motivi, uno dei quali si può anche ricondurre a un titolo ben lontano dalla tradizione animalesca di molte opere precedenti (inizialmente, la pellicola fu annunciata con un poco credibile “La Tigre Con I Denti A Sciabola”). Inoltre, con la giusta lungimiranza, lo stesso Argento qui chiude momentaneamente il suo percorso di marca thriller, facendo spazio alle sue opere più raccapriccianti e visionarie, da “Suspiria” (1977) a “Inferno” (1980).
“Profondo Rosso” rappresenta quel ponte che permette al regista romano di proiettarsi in avanti, verso il cinema horror dei succitati lavori: l’entrata in gioco dei Goblin si rivela fondamentale, ma non è tutto, perché gli omicidi diventano sempre più cruenti e sanguinosi, così come si rivela a dir poco maniacale l’attenzione per i cromatismi (già dalla scena del teatro è il rosso scarlatto a risaltare, un colore poi predominante nel successivo “Suspiria”).

Pur essendo stato girato in diverse città (in prevalenza a Torino, ma anche a Roma e a Perugia), “Profondo Rosso” è il film che più di altri ha una sua ben definita connotazione urbana: nonostante Roma sia citata come punto di riferimento geografico della storia, le immagini più iconiche dell’opera hanno fatto in modo che tanti appassionati collocassero le vicende tra le strade di Torino. In effetti, i due luoghi di culto divenuti a loro modo indimenticabili sono la Fontana del Po (posta in una piazzetta centrale del capoluogo piemontese) e poi ancora la famigerata Villa Scott (la lugubre villa del bambino urlante), quest’ultima meta di infiniti pellegrinaggi salendo verso le colline torinesi. Nel primo caso, Dario Argento ricostruisce addirittura la stessa atmosfera alienante di un celebre dipinto di Edward Hopper (I Nottambuli), ammantando quei fotogrammi di una strisciante inquietudine.

Se “Profondo Rosso” è un lungometraggio che trasuda una tensione latente da ogni poro, il merito è soprattutto di una regia al limite del sublime, in cui la macchina da presa del regista si muove velenosamente tra gli ambienti, sfruttando sia le soggettive che i dettagli più minuziosi. A proposito di dettagli, risulta addirittura geniale l’apparizione dell’assassino nel gioco di specchi iniziale: il volto come riflesso di paura e di angoscia ricorre sovente nel film (i quadri appesi nel corridoio, il viso ustionato della scrittrice, l’utilizzo specifico di bambole e manichini), perché dietro ogni immagine si nasconde una psicologia contorta il cui studio è approfondito anche attraverso i disegni (la chiave per trovare la soluzione).
Come è già successo in passato per altri titoli di enorme importanza storica, questa breve retrospettiva rappresenta soltanto un piccolo omaggio nei confronti di una pellicola immortale, un film che probabilmente molti di voi conosceranno a memoria. Dopotutto se “Suspiria” è il capolavoro horror di Dario Argento, “Profondo Rosso” ne incarna la controparte thriller, due facce della stessa medaglia giustamente ammirate in ogni parte del mondo.

(Paolo Chemnitz)

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