American Honey

di Andrea Arnold (Stati Uniti/Gran Bretagna, 2016)

“American Honey” è un lungo esperimento di oltre centosessanta minuti. Andrea Arnold si è infatti affidata a un manipolo di attori non professionisti, a dialoghi spesso improvvisati e a una location on the road ben distante dalla sua terra di origine (per la regista inglese questo è stato il primo lavoro realizzato lontano dalla Gran Bretagna). La pellicola segna inoltre l’esordio cinematografico per la giovanissima attrice Sasha Lane, qui protagonista di una prova molto convincente.
In una deprimente cittadina del midwest americano (le vicende inizialmente si svolgono in Oklahoma), una ragazzetta di nome Star conduce una vita disgraziata: la vediamo cercare qualcosa da mangiare in un cassonetto e poi chiedere l’autostop, in attesa di una fuga liberatoria che non tarda a sopraggiungere. Tale possibilità si materializza grazie a un gruppo di giovani piuttosto disagiati che girano su un pulmino in lungo e in largo, fermandosi di volta in volta nei motel più squallidi per poi lavorare vendendo delle riviste porta a porta (questi personaggi sono sfruttati da una donna che li segue e li comanda solo per arraffare più denaro possibile). Star sale a bordo del mezzo, finisce a Kansas City, si innamora dello spavaldo Josh e si ritrova immersa in un mondo pieno di sorprese e di difficoltà.
La camera a mano è incollata ai protagonisti (alcuni approfonditi, altri lasciati ai margini), con un approccio da docudrama che sembra volersi interessare più a questi individui borderline che alla sceneggiatura stessa. Da un punto di vista prettamente antropologico, il film si rivela dunque molto affascinante, anche perché diventa subito centrale il contrasto tra questi disadattati senza futuro e i figli delle famiglie altoborghesi che vivono nei quartieri benestanti: in effetti, l’american dream è un sogno riservato a pochi eletti, non a caso resta bene impressa nella mente la scena della prima vendita all’interno di una ricca villetta, dove una mamma sembra voler ridere di Josh e di Star, mentre sua figlia fa un balletto in giardino neanche fosse una novella Britney Spears.
Quello di Andrea Arnold è prima di tutto un viaggio nel cuore dell’America profonda, un territorio sconfinato e privo di riferimenti dove la scoperta è all’ordine del giorno (le immagini girate nel ranch rappresentano l’ennesimo intrigante spaccato di questa lunga avventura). Si tratta di esperienze ora intime, ora invece votate al divertimento più sfrenato (e quasi al limite della legalità), per una continua altalena attraverso la quale la giovane Star arriva a conoscere se stessa e i suoi sentimenti.
Potrà sembrare pretenzioso questo film, però le singole situazioni in cui si imbattono questi ragazzi riescono sempre a tenere alta la nostra attenzione, complice per giunta una buona colonna sonora (si passa dai Raveonettes ai Mazzy Star) e qualche momento tutt’altro che banale (il rapporto sessuale nel prato, con tanto di assorbente sfilato e gettato via prima dell’amplesso). “American Honey” è dunque un’opera che appassiona. Ma soprattutto, è la protagonista Star a prenderci per mano per oltre due ore e mezza di visione. Un nome profetico, il suo: “it was my mom’s idea. She said we’re all made from stars. From death stars”.

(Paolo Chemnitz)

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