Benedetta

di Paul Verhoeven (Francia/Belgio/Paesi Bassi, 2021)

Benedetto sia Paul Verhoeven. Oggi ottantatreenne, eppure sempre in splendida forma quando si tratta di sbatterci in faccia la sua idea di cinema. Sono trascorsi cinque anni dal suo ultimo lavoro (il magnifico “Elle”), un periodo in cui il regista di Amsterdam ha sviluppato almeno tre progetti, fino a sceglierne uno in accordo con la produzione francese: uno script ispirato alla storia vera di Benedetta Carlini (insieme a David Birke, Verhoeven ha curato la sceneggiatura basandosi sul saggio di Judith C. Brown “Immodest Acts: The Life Of A Lesbian Nun In Renaissance Italy”).
Le vicende si svolgono a Pescia, dove la piccola e devota Benedetta (Virginie Efira) viene condotta in convento dai suoi genitori per prendere i voti. Il tempo passa in fretta, così ritroviamo questa monaca ormai adulta e perfettamente integrata con le sue consorelle, almeno fino all’arrivo della giovane Bartolomea (Daphne Patakia). Tra le due scoppia infatti una scintilla di passione, mentre sullo sfondo degli strani accadimenti cominciano a mettere in subbuglio questa piccola comunità, minacciata soprattutto dall’arrivo della peste. Nel frattempo, grazie alle sue visioni/premonizioni a sfondo erotico-religioso, Benedetta sostituisce la vecchia badessa (Charlotte Rampling è Suor Felicita) diventando a tutti gli effetti un personaggio molto influente in quel remoto angolo della Toscana tardo-rinascimentale.


Più che guardare alle possessioni de “I Diavoli” (1971) di Ken Russell, Paul Verhoeven riparte dall’esperienza conventuale dell’italianissimo “Le Monache Di Sant’Arcangelo” (1973) di Domenico Paolella, ripercorrendone alcuni passaggi chiave (la citazione di fonti storiche non troppo dissimili, l’intervento di un vicario ecclesiastico, le successive torture). In mezzo a questo crescendo a tratti davvero vertiginoso, il regista ci parla di fede, criticando con sottile eleganza il pensiero religioso più ottuso e retrogrado: il puro amore incondizionato tra Benedetta e Bartolomea deve infatti scontrarsi con l’ipocrisia più infima e velenosa dell’epoca (una fede dunque di facciata), un passaggio cruciale del film messo in evidenza con la giusta dose di ironia ma anche con la provocazione più feroce (ovviamente i benpensanti hanno subito tirato in ballo la blasfemia, non essendo in grado di accettare la realtà).
La caratterizzazione della protagonista si rivela assolutamente perfetta: Benedetta è furba, è intelligente e all’occorrenza è persino sadica, una figura carismatica capace di trainare per oltre due ore una pellicola travolgente in ogni sua prerogativa, al di là di qualche perdonabile esagerazione (le visioni inseguono l’effetto shock a tutti i costi) e di un finale senza dubbio tirato oltre il dovuto. Ma il bilanciamento tra dramma storico-biografico, parentesi sentimentali e sequenze puramente carnali (i nudi integrali sono presenti in discreta quantità) trova il giusto compromesso con la debordante personalità di Paul Verhoeven, la cui mano si sente non solo nella direzione del cast (eccellente), perché è lo spirito stesso del film a trasudare quella sincerità spesso scomoda da sempre marchio di fabbrica del regista olandese. Uno come lui dovrebbe essere eterno.

(Paolo Chemnitz)

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