Undocumented

di Chris Peckover (Stati Uniti, 2010)

Dopo aver diretto una commedia horror simpatica e divertente come “Better Watch Out” (2016), di Chris Peckover non abbiamo saputo più nulla. Curiosando però nel suo passato, abbiamo recuperato questo suo esordio targato 2010, un film violento, estremo ma soprattutto attuale: al centro della storia c’è infatti il problema dell’immigrazione clandestina tra Messico e Stati Uniti, un tema caldo che da tanti anni scuote e divide la politica americana, ben prima dell’avvento di Donald Trump.
Cinque amici muniti di telecamera sono a caccia di uno scoop lungo il confine: questi giovani filmmakers vogliono girare un documentario viaggiando insieme a un gruppo di immigrati messicani in procinto di raggiungere gli Stati Uniti passando per un tunnel sotterraneo. Basta pagare e il gioco è fatto, perché una volta a destinazione c’è un camion pronto a caricare questi poveri disperati. “Undocumented” però si spinge oltre, lasciando immediatamente da parte la tragica realtà sociale degli immigrati, per focalizzarsi invece su qualcosa di molto più inquietante (il mezzo che trasporta questi clandestini viene infatti intercettato da alcuni uomini armati. No, non si tratta della polizia di frontiera). Attraverso questo sfortunato imprevisto, scopriamo che al di là del confine agiscono dei patrioti intenzionati a fare piazza pulita di questi messicani, i quali una volta sequestrati vengono condotti all’interno di una casa-bunker e qui incatenati o schiavizzati. In mezzo a loro questa volta ci sono anche i ragazzi del documentario, la cui sopravvivenza è legata a una serie di scelte dettate dal capo degli aguzzini, tale Z (un tizio con il volto coperto interpretato da un credibile Peter Stormare).

Utilizzando in parte la tecnica del found footage, “Undocumented” si spinge quasi immediatamente dentro i più spietati territori horror: è un film claustrofobico quello di Chris Peckover, perché non sembra esserci via di fuga da questo luogo dimenticato dalla civiltà. Qui il razzismo e il sadismo diventano praticamente la stessa cosa, lo testimoniano alcune spietate esecuzioni a freddo e persino un siparietto piuttosto idiota in cui Z interroga un clandestino sulla storia americana (ogni risposta sbagliata mette in movimento una sorta di macchina della tortura). Nel complesso la pellicola funziona e la tensione è sempre palpabile, anche se non è possibile chiudere un occhio sul gruppetto dei malcapitati filmmakers, a dire il vero molto improbabili sia per quanto riguarda la loro caratterizzazione che per quanto concerne le loro azioni (i giovani continuano a girare il doc sotto minaccia, pure se questo accordo tra le due parti appare privo di qualsiasi logica).
Nonostante le apparenze, “Undocumented” non è un film di denuncia ancorato pedissequamente alla realtà, soprattutto alla luce di una svolta thriller/horror che devia inesorabilmente su un altro tipo di orrore, quello che vorrebbe raccontarci qualcosa sulla fetta più estremista dell’elettorato americano (i soliti intolleranti innamorati delle armi da fuoco). Dinamiche che tuttavia emergono fin dagli albori della sanguinosa esistenza degli States, al di là di un discorso politico con cui si potrebbe facilmente strumentalizzare la pellicola. In questo caso, meglio concentrarsi sugli aspetti più ferali, perché questi momenti strazianti valgono molto di più rispetto a mille parole o supposizioni. 

(Paolo Chemnitz)

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