Il Giustiziere Della Notte

di Michael Winner (Stati Uniti, 1974)

“Il Giustiziere Della Notte” (“Death Wish”) è il cinema che diventa strumento essenziale per decodificare la realtà sociale delle metropoli americane durante gli anni settanta. Michael Winner anticipa di due anni le suggestioni presenti in “Taxi Driver” (1976) e lancia un sasso destinato a essere raccolto anche qui in Italia, dove da lì a poco usciranno una serie di prodotti di genere incentrati sul tema della giustizia privata. Se le istituzioni latitano, ci pensa dunque il cittadino a regolare i conti con la criminalità, per un messaggio reazionario ancora oggi attuale che bisogna saper leggere al di là delle sue controverse derive fascistoidi (all’epoca le polemiche non furono poche). Dopotutto anche Sam Peckinpah subì un trattamento simile per “Cane Di Paglia” (1971), opera in cui il personaggio principale altro non è che un innocuo e pacifico borghese destinato a tramutarsi in un vendicatore assassino.
Michael Winner prende ispirazione dall’omonimo romanzo di Brian Garfield, lanciando nella mischia un mono-espressivo ma efficacissimo Charles Bronson, volto indimenticabile che ritroveremo nei vari i sequel della saga (in tutto cinque, escludendo il recente remake diretto da Eli Roth). Bronson, qui nei panni dell’architetto progressista nonché obiettore di coscienza Paul Kersey, si trasforma in una belva spietata dopo un evento terribile: tre malviventi hanno appena fatto irruzione nella sua casa, trovando al suo interno sua moglie e la giovane figlia. La prima viene ridotta in fin di vita e muore dopo poche ore, mentre la seconda subisce uno stupro che ne compromette per sempre la salute mentale (il suo trauma irreversibile è uno dei passaggi più tragici di tutto il film).

Il regista britannico va dritto al sodo, puntando sul realismo e non sulla spettacolarizzazione delle vicende: ne esce fuori un lavoro molto asciutto, anche nei dialoghi, dove il plot diventa praticamente secondario davanti all’evoluzione repentina del nostro protagonista, un eroe invisibile che domina l’oscurità delle notti newyorkesi. Un sottomondo cupo e ostile che si manifesta in tutta la sua potenza dopo un viaggio a Tucson, nell’assolato Arizona, dove Paul tocca con mano quella mentalità western rimasta tale dopo un secolo, una realtà in cui un cittadino qualsiasi può farsi giustizia da sé premendo semplicemente un grilletto. Ecco perché “Il Giustiziere Della Notte” è puro western urbano, un passaggio di consegne tra i polverosi villaggi dell’America dei cowboy e il cemento della metropoli.
Questo desiderio di morte che respiriamo a pieni polmoni durante la visione dell’opera acquisisce credibilità non solo per le atmosfere autentiche e genuine ben fotografate da Arthur J. Ornitz, ma anche per l’ottima colonna sonora curata da Herbie Hancock, uno score tutt’oggi fin troppo sottovalutato. Inoltre merita una citazione il personaggio dell’ispettore Frank Ochoa, interpretato da un Vincent Gardenia in forma strepitosa. Sono perciò molti gli ingredienti che rendono così speciale la visione di questo film, un manifesto tra i più significativi del cinema americano dei 70s, quello capace di riproporre sotto nuove spoglie le contraddizioni di una nazione nella quale ogni pistola può dettare legge (“if we’re not pioneers, what have we become?”).

(Paolo Chemnitz)

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...