Ema

di Pablo Larraín (Cile, 2019)

Chi lo avrebbe mai detto, anche Pablo Larraín è riuscito a spiazzare il suo pubblico più affezionato. Che sia un bene o un male questo forse lo capiremo in un futuro prossimo, ma una cosa è certa, “Ema” si stacca completamente dal passato del regista cileno, scegliendo la via della suggestione al posto di quella del rigore formale e narrativo. Un film per gli occhi dunque, non per la mente. Larraín inoltre torna in patria (nell’affascinante cornice di Valparaíso) scegliendo questa volta di muoversi nel presente, un’altra peculiarità che prende inesorabilmente le distanze da quanto visto in precedenza nei suoi lavori.
La protagonista assoluta dell’opera è la bionda Ema (una straripante Mariana Di Girólamo), una donna caparbia ma incapace di superare il senso di colpa nei confronti di un bambino di nome Polo, adottato tempo prima per sopperire alla sterilità dell’ex marito Gastón (Gael García Bernal), un uomo da lei definito un “contraccettivo umano”. Polo è stato riportato in orfanotrofio in seguito a un tragico evento, una scelta dolorosa che Ema non è mai riuscita ad accettare. Seguiamo dunque la quotidianità di questa giovane molto spigliata ed energica, la cui vita è profondamente segnata dalla passione per il ballo (la pellicola più di una volta mostra le sue caratteristiche da musical, complice il ritmo contagioso del reggaeton).

Attraverso questo lungometraggio, Pablo Larraín penetra in un mondo mai esplorato in precedenza, quello delle nuove generazioni. Forse anche per questo motivo il regista sudamericano ci bombarda di luci, di suoni e di immagini, privandoci però di un vero punto di riferimento: Ema infatti procede a briglia sciolta, seducendo, ammaliando e facendo terra bruciata di tutto ciò che incontra (l’utilizzo del lanciafiamme è emblematico, non a caso l’intero incipit meriterebbe da solo una standing ovation), un percorso in divenire che stride completamente con la ricostruzione del passato assaporata nei vecchi film del cileno. Ecco perché nell’opera dominano i dubbi e le incertezze. Quello che c’è davanti a noi non può basarsi su leggi già scritte ma si costruisce giorno dopo giorno, seguendo l’istinto e il fuoco dell’anima (i movimenti del corpo durante il ballo sprigionano tutta la carica necessaria per affrontare le insidie del destino).
Dunque un Larraín che non ti aspetti, capace persino di prendere in prestito alcune atmosfere tanto care a Gaspar Noé (la danza, le coreografie, le luci lisergiche, c’è aria di “Climax” in un paio di scene). Resta comunque da decriptare l’obiettivo principale del regista, un bersaglio nebuloso e impalpabile che a fine visione scompare come un miraggio davanti ai nostri occhi: questo perché non è affatto facile entrare in sintonia con la protagonista (un personaggio a volte irritante), così come non è semplice seguire la sua parabola incendiaria per certi versi fine a se stessa. “Ema” probabilmente spaccherà in due il pubblico, mentre per quanto riguarda il nostro giudizio, per adesso è un sì, ma con alcune riserve su cui non si può far finta di niente. Un film sfocato ma proiettato in avanti, rivederlo una seconda volta potrebbe aiutare non poco.

(Paolo Chemnitz)

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