I Vizi Morbosi Di Una Giovane Infermiera

di Eloy De La Iglesia (Spagna/Francia, 1973)

Sono molte le denominazioni con le quali “Una Gota De Sangre Para Morir Amando” è conosciuto fuori dai confini spagnoli, per esempio il dvd in nostro possesso è un’edizione inglese intitolata “Murder In A Blue World”. Negli Stati Uniti si è invece optato per “To Love, Perhaps To Die” oppure per il più ruffiano “Clockwork Terror”, mentre in Italia la scelta è stata a dir poco atroce: “I Vizi Morbosi Di Una Giovane Infermiera”, roba da denuncia.
Sue Lyon, attrice celebre per aver interpretato Lolita nell’omonimo film di Stanley Kubrick, qui è Ana Vernia, l’infermiera protagonista. Inizialmente le sue vicende viaggiano su un binario parallelo rispetto agli eventi che si susseguono sullo schermo, la città infatti è in balìa del crimine e bande di delinquenti stanno mettendo a ferro e fuoco sia le strade che le case dei cittadini: a farne le spese è una famiglia che sta per cominciare la visione di “Arancia Meccanica” (1971), un riferimento dunque esplicito che il regista iberico accentua volutamente attraverso le scenografie pop e un’ambientazione distopica in modalità copia e incolla. La stessa gang che penetra all’interno dell’appartamento ci riporta nuovamente al capolavoro di Kubrick (questa volta gli assalitori sono armati di frusta e indossano dei caschi rossi e dei giubbotti di pelle), un’ennesima prova di colpevolezza che tuttavia non deve trarre in inganno lo spettatore. Quando Ana entra in contatto con David (uno di questo balordi), la storia finalmente riesce a compattarsi prendendo in parte le distanze dalle premesse filo-kubrickiane di cui sopra, una svolta auspicata che ci permette di arrivare alla conclusione della pellicola senza quella terribile sensazione di déjà-vu presente durante le prime fasi del film. In poche parole, “I Vizi Morbosi Di Una Giovane Infermiera” è un plagio mancato, un tributo all’opera di Kubrick tuttavia con la sua propria stramba identità.
Pur nelle sue ingenuità estetiche (la regia è priva di guizzi significativi), Eloy De La Iglesia è riuscito a tirare fuori un prodotto sicuramente dignitoso, le cui immagini bizzarre e affascinanti prevalgono sul plot stesso, a tratti dispersivo e confuso. Anche in questo caso, l’edizione italiana è da evitare accuratamente, poiché priva degli ultimi fotogrammi shock (sangue a volontà) e persino modificata nei dialoghi.
Il futuro messo in scena da Eloy De La Iglesia non poteva che collimare con una visione pessimistica della realtà, considerando che nel (suo) presente storico la vita per un omosessuale/comunista come lui non era affatto semplice (durante i primi anni settanta, la Spagna era ancora sotto il regime franchista). Sorvoliamo quindi sullo sciagurato titolo in italiano (anche se il nostro Atrax Morgue lo utilizzò per un disco uscito nel 2001!), concentrandoci invece sul valore effettivo del film, a nostro avviso meno trascurabile rispetto a quanto si possa pensare.

(Paolo Chemnitz)

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