Judas And The Black Messiah

di Shaka King (Stati Uniti, 2021)

Considerando che a Hollywood la tendenza è quella di seguire la direzione del vento (in questo caso l’onda del movimento Black Lives Matter), non sarebbe una notizia se questo “Judas And The Black Messiah” riuscisse ad aggiudicarsi qualche statuetta alla cerimonia degli Oscar 2021 (sono sei le nomination per l’opera di Shaka King). Una cosa però va detta: “Judas And The Black Messiah” non sarà certo il miglior film tra quelli in concorso, ma ha tantissimi punti di forza che lo rendono un biopic di indubbio spessore.
C’erano una volta i veri rivoluzionari, non quelli da poltrona che popolano i social durante queste tristi giornate di pandemia. Uno di questi era Fred Hampton, giovane presidente dell’Illinois Black Panther Party (le Pantere Nere non lottavano per inseguire un capitalismo alternativo a quello dei bianchi, ma si battevano per una società giusta e solidale basata sugli insegnamenti del marxismo). Al contrario però del rifiuto della violenza che aveva contraddistinto l’operato di altri attivisti (pensiamo a Martin Luther King), le Pantere Nere erano armate, poiché secondo loro bisognava difendersi nel momento in cui la polizia abusava del proprio potere. Ecco perché l’FBI cercò in tutti i modi di smantellare quest’organizzazione ritenuta sovversiva e pericolosa: Fred Hampton fu incastrato per via di un traditore infiltratosi tra i suoi uomini, un afroamericano (di nome Bill O’Neal) che all’epoca passò tutte le informazioni necessarie all’FBI (la repressione fu sproporzionata rispetto al reale pericolo rappresentato da Fred, ucciso barbaramente durante un raid delle forze di polizia).

Durante la fine degli anni sessanta, furono numerosi gli episodi di cronaca legati alla discriminazione razziale negli States: lo abbiamo visto per esempio con “Detroit” (2017) di Kathryn Bigelow, un film basato sui tragici fatti accaduti nel 1967 al Motel Algiers della città del Michigan. Se però nel film della Bigelow la storia permetteva di poter romanzare e spettacolarizzare gli eventi, nella pellicola di Shaka King a prevalere è una certa sobrietà di fondo (davanti alla certezza delle fonti, non è possibile lavorare con la fantasia). “Judas And The Black Messiah” è dunque un prodotto molto onesto nei confronti delle vittime, una testimonianza che tuttavia lascia l’amaro in bocca al di là del tentativo postumo di fare giustizia per quella gente.
Uno dei grandi pregi del film va ricercato nella sceneggiatura, asciutta nello svolgimento ma allo stesso tempo densa di intrighi e di rapporti interpersonali: sono infatti gli attori (in particolare il protagonista Daniel Kaluuya e la spia interpretata da Lakeith Stanfield) a fare davvero la differenza, prendendo per mano le vicende fino all’inesorabile resa dei conti definitiva. Inoltre risalta non poco la cura maniacale per la ricostruzione della Chicago di fine 60s (nonostante il film sia stato girato a Cleveland), un particolare che brilla anche grazie alla splendida fotografia (in questa categoria la pellicola è tra le favorite per un’eventuale vittoria dell’Oscar).
Anywhere there is people, there is power”. In attesa di ulteriori sviluppi, di una cosa siamo certi: “Judas And The Black Messiah” è un lungometraggio di cui si discuterà molto, soprattutto per i suoi risvolti socio-politici correlati all’attuale situazione negli States. Oggettivamente parlando, questo è un biopic indubbiamente riuscito.

(Paolo Chemnitz)

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