Phantasm

di Don Coscarelli (Stati Uniti, 1979)

Don Coscarelli nasce a Tripoli nel 1954 da una famiglia di origini italiane, per poi trasferirsi negli States in giovane età. Al di là dello strambo e dissacrante “Bubba Ho-Tep” (2002), Coscarelli è diventato celebre soprattutto per “Phantasm” (“Fantasmi”), un horror con elementi fantasy da cui è nata una saga al momento ferma al quinto capitolo (il regista italo-americano ha diretto i primi quattro). Possiamo ritenere il primo “Phantasm” un piccolo cult? La risposta è assolutamente sì, perché se da un lato la narrazione riveste un ruolo piuttosto marginale, sono le idee messe sul piatto a rivelarsi molto originali e dunque vincenti.
Durante il funerale di un ragazzo pugnalato a morte all’interno di un cimitero, il giovane Mike osserva con un binocolo l’operato piuttosto ambiguo del becchino, il quale porta via con sé la bara del defunto invece di seppellirla. Questo losco figuro è un uomo molto alto detto Tall Man (un personaggio iconograficamente importante interpretato da Angus Scrimm), un individuo che nasconde un terrificante segreto: egli infatti trasforma i cadaveri in piccoli nani, per poi utilizzarli come schiavi conducendoli in una dimensione parallela, praticamente una surreale variante dell’aldilà che solo un visionario come Coscarelli poteva mettere in scena (con un budget di trecentomila dollari, per giunta). Mike, insieme al fratello maggiore Jody e al loro amico Reggie, decide quindi di mettersi sulle tracce di questo becchino, varcando questa soglia spazio-temporale sempre sospesa tra realtà e incubo (non a caso il regista si è ispirato a un brutto sogno fatto in gioventù).
“Phantasm” è un film davvero inquietante, a cominciare dalla sua ripetitiva colonna sonora, non troppo dissimile da quella ascoltata poco tempo prima in “Halloween” (1978). Inoltre la continua alternanza tra momenti di calma apparente e oscure incursioni in questo sottomondo pieno di insidie ci permette di rimanere sempre incollati allo schermo, nonostante una trama frammentata non sempre facile da seguire. Ma sono le trovate di Coscarelli a colpire il bersaglio: il sangue giallo, lo schifoso insettone nero, le palle volanti di acciaio che si attaccano alla fronte succhiando il sangue alla vittima di turno, quanta fantasia in un prodotto costruito con uno spirito puramente artigianale.
You think when you die, you go to heaven. You come to us!”. A livello concettuale, è interessante notare il fatto che i due fratelli protagonisti siano rimasti orfani: a tal proposito, il piccolo Mike è talmente ossessionato dalla morte da pedinare di continuo il più grande Jody (per tenerlo sott’occhio), una fobia che di riflesso esplode nei significati reconditi della pellicola. Infine una curiosità, perché i più attenti di voi forse avranno notato che la bianca magione utilizzata per alcune riprese in esterna è la stessa utilizzata pochi anni prima da Dan Curtis per “Ballata Macabra” (1976). Una location sfruttata molto bene e che ci piace davvero tanto! Benvenuti dunque in un horror tra i più bizzarri dell’epoca, un’opera capace di lasciare il segno al di là dei suoi limiti strutturali. Senza dimenticare il mitico Tall Man, poi finito persino sulle copertine dei dischi.

(Paolo Chemnitz)

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