Maniac

di Franck Khalfoun (Francia/Stati Uniti, 2012)

Girare il remake di un film che ha fatto epoca è un suicidio (almeno sulla carta), sia perché automaticamente scatta l’infame paragone con il prodotto originario, sia perché la maggior parte delle volte esce fuori un lavoro mediocre, destinato a essere dimenticato nel giro di poco tempo. A fare questa scommessa c’è però l’agguerrito Alexandre Aja, qui produttore insieme a Thomas Langmann e allo stesso William Lustig, il regista dello storico “Maniac” del 1980. Dietro la mdp viene invece arruolato Franck Khalfoun, reduce da un paio di horror tutto sommato decenti (in particolare “-2 Livello Del Terrore” del 2007).
La storia segue più o meno il percorso già battuto in passato, raccontandoci la quotidianità di Frank (Elijah Wood), uno psicopatico che gira per la città uccidendo giovani donne (spesso prostitute). L’uomo poi prende il loro scalpo e lo utilizza attaccandolo alla testa dei manichini che conserva nel suo negozio. L’incontro con la giovane fotografa Anna (Nora Arnezeder) cambia però le carte in tavola.
Se mettiamo a confronto questo “Maniac” con quello del 1980, è logico che qui ne usciamo con le ossa rotte: prima di tutto Elijah Wood ha il volto troppo angelico per competere con il faccione lercio di Joe Spinell, inoltre nel film in esame l’approfondimento psicologico sul rapporto tra il protagonista e la madre (con conseguente trauma infantile) è meno pronunciato. Perché allora questo rifacimento è comunque un lavoro a nostro avviso valido? I motivi sono molteplici, a cominciare dalla scelta di girare l’opera quasi interamente in soggettiva. Frank infatti lo vediamo poco e questo sicuramente è un bene (egli compare sullo schermo solo dopo dodici minuti), mentre al contrario il suo livello di cattiveria qui è molto più enfatizzato. Considerando che dietro questa operazione c’è Alexandre Aja, non c’è da stupirsi di quanto “Maniac” sia assimilabile a un vero e proprio horror estremo di nuova generazione, non a caso stiamo parlando di un film truce, sadico e ultraviolento, dove la tensione si innesca automaticamente dal momento in cui Frank prende di mira la sua vittima prescelta (la scena del parcheggio è girata in maniera magistrale).
Convince anche la colonna sonora, oltre all’idea di sviluppare le vicende a Los Angeles invece che a New York, per creare un nuovo punto di vista maggiormente in linea con le produzioni del periodo (“Drive” di Refn è di un anno precedente, ma in generale tutte le riprese della metropoli in notturna seguono non di poco il trend in voga durante lo scorso decennio). Il consiglio è quello di guardare “Maniac” evitando la versione italiana, penalizzata da un brutto doppiaggio capace persino di affossare i (già abbastanza banali) dialoghi. Il resto lo lascio scoprire a voi: per essere un remake, possiamo ritenerci più che soddisfatti del risultato finale.  

(Paolo Chemnitz)

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