Pietà

di Kim Ki-Duk (Corea del Sud, 2012)

La scomparsa di Kim Ki-Duk per noi è lunga da elaborare. Abbiamo perso un grande poeta della settima arte, un cineasta che ha permesso a molte persone di avvicinarsi alla bellezza del cinema coreano. Oggi ripeschiamo il suo ultimo successo su scala internazionale, “Pietà” (il titolo si può scrivere anche senza accento), il film che si impose a Venezia nel 2012. Praticamente un ritorno alla durezza delle origini e al dramma tout court senza possibilità di scampo, prima della svolta politicamente scorretta di “Moebius” (2013) e di altre pellicole minori apprezzate soltanto dai die-hard fans del regista.
Gang-Do (Lee Jung-Jin) è un trentenne orfano che si guadagna da vivere facendo lo strozzino: attraverso dei metodi sadici e cruenti, l’uomo costringe le sue vittime a simulare degli infortuni sul lavoro, in modo tale da riscuotere i soldi dell’assicurazione che i malcapitati girano immediatamente a lui. Un giorno una donna misteriosa (Mi-Son) comincia a seguirlo ovunque, presentandosi al ragazzo come sua madre. Se Gang-Do all’inizio si dimostra ostile e diffidente verso questa figura, col passare del tempo egli si convince della bontà della signora, credendole parola per parola. Le vicende però ci regalano un colpo di scena inaspettato, consegnandoci uno dei finali più crudeli e beffardi mai visti nel cinema coreano contemporaneo.
Con “Pietà” Kim Ki-Duk accantona la struggente poetica di alcuni dei suoi film più decantati, per far posto a una storia di vendetta talmente fredda e spiazzante da far impallidire decine e decine di pellicole simili: è proprio la sceneggiatura il punto forte dell’opera, uno script sempre più cupo che scava a fondo nei meccanismi perversi che legano i due protagonisti. Un rapporto ambiguo e nebuloso capace di generare una violenza psicologica a tratti più dolorosa rispetto alle umiliazioni fisiche inferte da Gang-Do, la cui cattiveria può anche spingere al suicidio le sue vittime. Questi due fattori complementari trascinano “Pietà” ben oltre i canoni del cinema drammatico più classico, poiché l’indagine sul lato oscuro dell’animo umano qui è portata all’esasperazione attraverso un desolante pessimismo (la fotografia è volutamente grezza, in perfetta sintonia con la trascurata location suburbana).
Dalla “Pietà” di Michelangelo a quella di Kim Ki-Duk il passo dunque è breve, ma non è la prima volta che il cinema di questo regista coreano utilizza il mondo dell’arte come metafora per raccontare la quotidianità delle persone e i loro sacrifici. C’è una frase che dice only the forgotten are truly dead: ecco, cerchiamo di non dimenticarci mai di Kim Ki-Duk e delle sue opere, perché solo così il suo ricordo sarà sempre vivo. Noi continuiamo a celebrarlo.

(Paolo Chemnitz)

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