Funny Face

di Tim Sutton (Stati Uniti, 2020)

Dopo la virata on the road di “Donnybrook” (2018), Tim Sutton ci conduce dalla campagna alla metropoli, ridisegnando ancora una volta la geografia del (suo) cinema. “Funny Face”, già passato sugli schermi di Berlino, è appena approdato alla trentottesima edizione del Torino Film Festival, un’occasione ghiotta per vedere in anteprima la sua pellicola socialmente più impegnata, per certi versi anche distante dalle tentazioni documentaristiche del giustamente acclamato “Dark Night” (2016). Qui i silenziosi sobborghi di Denver lasciano il posto ai tramonti mozzafiato di Brooklyn, un distretto in continuo divenire pronto a fagocitare i più deboli nel nome del dio denaro.
Saul (Cosmo Jarvis) e Zama (Dela Meskienyar) si incontrano casualmente dentro un negozio: lui vive con i nonni e indossa una maschera che lo fa sentire una sorta di supereroe, lei invece non sopporta i suoi zii e trascorre la maggior parte del tempo fuori casa, indossando un velo islamico che nasconde il suo volto e le sue emozioni. L’unione di due solitudini genera una sola solitudine, perché Saul e Zama continuano a girovagare tra queste strade che non sembrano concedere spazio al singolo individuo: inoltre a New York la speculazione edilizia non fa sconti per nessuno, soprattutto per la vecchia dimora dei nonni di Saul, destinata a essere demolita per far posto a un moderno parcheggio. Un’escalation capace di scatenare l’ira del giovane protagonista, novello vendicatore mascherato sulla scia dello sghignazzante “Joker” (2019).
A livello concettuale, i punti di contatto con la pellicola di Todd Phillips non sono affatto pochi: l’emarginazione sociale, l’alienazione quotidiana, Tim Sutton non trascura nessuno di questi aspetti mettendo in moto qualcosa di molto più grande rispetto all’esile materiale narrativo appoggiato sul piatto. Due maschere nel cuore di una metropoli costruita sui contrasti, perché nei piani alti di quei lussuosi grattacieli c’è qualcuno che si gode la vita sulle spalle dei meno abbienti. Una volta far crescere una città equivaleva a far arricchire tutte le classi sociali, mentre oggi il capitalismo sfrenato sembra guardare soltanto alle proprie tasche, ricchi che cacciano i poveri per far spazio ad altri ricchi.
Tim Sutton si muove ancora una volta con destrezza all’interno del panorama indipendente americano: un interprete attento e acuto che predilige un minimalismo mai fine a se stesso, perché in “Funny Face” ogni inquadratura racconta una storia, come se la camera del regista fosse una chiave per entrare nell’anima più intima della metropoli. Un affresco tuttavia poco consolante, anche nei suoi momenti più grotteschi (a cominciare dall’inquietante locandina che omaggia Caravaggio), come se non ci fosse più spazio per le voci fuori dal coro. Perché dietro quel sorriso weirdo, c’è poco da stare allegri.

(Paolo Chemnitz)

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