Thirst

di Park Chan-Wook (Corea del Sud/Stati Uniti, 2009)

Che il cinema dei vampiri non debba per forza ridursi ai grandi classici del passato o alle solite pellicole adolescenziali di ultima generazione, è un dato di fatto: senza andare troppo indietro nel tempo, film come “Lasciami Entrare” (2008) o il più recente “Solo Gli Amanti Sopravvivono” (2013) hanno dimostrato che esiste anche una terza via, in cui la figura del vampiro viene contestualizzata nel presente storico attraverso uno sguardo d’autore moderno e personale. “Thirst” appartiene senza dubbio a questa corrente, peccato soltanto che dopo il premio della giuria a Cannes nel 2009 si sia sempre parlato poco di questo lungometraggio.
Park Chan-Wook prende ispirazione dal romanzo “Thérèse Raquin” di Émile Zola, mantenendone lo spirito ma allargandone inesorabilmente i contenuti. “Thirst” ci mette un bel po’ a carburare, perché solo dopo i primi trenta minuti entriamo nel vivo delle vicende, quando il protagonista (un sacerdote interpretato dal sempre bravo Song Kang-Ho) si offre volontario per sperimentare un vaccino capace di debellare un terribile virus: un tentativo purtroppo vano, in quanto dopo un’apparente guarigione, i sintomi ritornano e sembrano sparire soltanto bevendo del sangue umano. Ormai trasformato in un vampiro, questo personaggio amato e rispettato da tutti intraprende una relazione con la moglie (oppressa) di un suo vecchio amico, Tae-Ju (eccellente e sensuale la prova di Kim Ok-Bin). Da questo momento in poi l’horror si fonde con il melodramma, in un crescendo di situazioni sempre più pericolose per la coppia.
Le due ore abbondanti di “Thirst” funzionano molto bene da un punto vista registico (Park Chan-Wook è praticamente impeccabile), un po’ meno se ci soffermiamo sulla narrazione, a tratti farraginosa anche per via di questo minutaggio eccessivo. Sono molti i temi trattati dal film, perché ancora una volta il vampiro è soprattutto un corpo estraneo alla società, un individuo che ha scelto di superare le costrizioni borghesi per annullare la propria frustrazione. Il finale sotto questo aspetto si rivela magistrale, a suggellare un destino tanto romantico quanto tragico che si può condividere soltanto con qualcuno simile a noi.
Il titolo originale “Bakjwi” (letteralmente significa pipistrello) per una volta è meno potente di quello internazionale “Thirst”, una sete che simboleggia il desiderio di possedere ciò che non si è mai avuto: Park Chan-Wook parte da qui, per poi allargare il discorso oltre le sue premesse iniziali, una scelta ambiziosa che tenta di muoversi in più direzioni. Bisogna tuttavia aggiungere che in “Thirst” la poetica tipicamente coreana è smorzata da svariate tentazioni occidentali, come la caratterizzazione piuttosto stereotipata del protagonista (che di orientale ha davvero poco, non a caso la produzione del film è in combutta tra Corea e Stati Uniti), un passo deciso verso quella sponda americana poi toccata con il successivo “Stoker” (2013). Per una volta Park Chan-Wook predilige la dilatazione all’irruenza, scegliendo quella terza via di cui sopra degna di assoluta attenzione. Una strada percorsa dal vampiro urbano, un uomo solo alla costante ricerca di qualcosa (di irraggiungibile). 

(Paolo Chemnitz)

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