La Rosa Di Ferro

la rosa di ferrodi Jean Rollin (Francia, 1973)

“La Rosa Di Ferro” (“La Rose De Fer”) rappresenta un vertice cinematografico per Jean Rollin (1938-2010), nonostante il regista francese sia sempre stato accostato a quella corrente fantastica di taglio vampiresco legata ad antichi castelli e provocanti femmes fatales. Qui la sostanza non è poi così differente, ma la storia si muove all’interno di un contesto diverso, un cimitero dove una coppia di giovani decide di trascorrere (oltre il dovuto) un’intera giornata, rimanendo rinchiusa al suo interno.
La ragazza è interpretata da Françoise Pascal, lui invece è il belloccio Hugues Quester, due innamorati che risaltano subito all’occhio per via dei colori brillanti dei loro indumenti, in aperto contrasto con la cupezza decadente del paesaggio circostante: in questi novanta minuti scarsi di pellicola non succede un granché, ma l’iter narrativo è solo un pretesto per lasciare spazio a una serie di riflessioni sulla vita e sulla morte (“I don’t care where they put me when I’m dead”) sempre intrise di oscura poesia. L’erotismo soffuso presente nel film scomoda inoltre quel binomio eros/thanatos che conosciamo a memoria nelle opere del regista, un approccio quasi impalpabile che si risolve ancora una volta attraverso dei passaggi onirici, crepuscolari e altamente ammalianti.
la rosa dfGirato nella suggestiva cornice di Amiens (Francia settentrionale), “La Rosa Di Ferro” si può definire un viaggio surreale (e minimale) nei meandri della mente umana, un’avventura gotica in cui si manifestano situazioni al limite del paradossale, conflitti personali e apparizioni di strani personaggi (il clown), oltre a scenografie mozzafiato che si esaltano tra croci, monumenti funebri e l’immancabile spiaggia, luogo emblematico del cinema rolliniano. Il tutto accompagnato dal lugubre score musicale di Pierre Raph, inquietante quanto basta per farci correre qualche brivido lungo la pelle.
Quella di Jean Rollin è un’esperienza visiva tra le più intense dei 70s, un macabro tuffo dentro quella metafora universale in cui l’amore trova la sua massima realizzazione per mezzo della morte, come quei baci tra i teschi e le tombe che sprigionano una forza travolgente, poiché contrapposti all’eterno silenzio di chi non c’è più. “La Rosa Di Ferro” è quindi un horror filosofico, contemplativo, un lungometraggio senza tempo finalmente disponibile da un po’ di anni sul mercato home video internazionale: una visione fondamentale per chi fosse alla ricerca di un film originale, in cui l’animo tormentato spesso si sostituisce al corpo desiderato.

4

(Paolo Chemnitz)

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