Dragon’s Return

dragon's returndi Eduard Grečner (Cecoslovacchia, 1968)

La stagione d’oro del cinema cecoslovacco (una corrente denominata nová vlna) ebbe inizio con un film del 1963 (“The Sun In A Net”) di cui Eduard Grečner fu assistente alla regia. Anche se la carriera di Grečner non è stata poi così luminosa come quella di altri suoi colleghi contemporanei, dopo la separazione tra Repubblica Ceca e Slovacchia le sue opere hanno acquistato una grande importanza nella sua terra d’origine (la Slovacchia). “Dragon’s Return” (“Drak Sa Vracia”) è il suo lavoro più celebre, un dramma rurale capace di coniugare vari aspetti della cultura contadina del luogo, tra cui la religione e la superstizione.
Pur non conoscendo l’esatta collocazione storica del film, entriamo subito nel vivo delle vicende incontrando la figura del protagonista, un uomo chiamato Dragon. Egli era stato accusato dalla comunità di un piccolo villaggio di essere il responsabile di alcune calamità naturali avvenute da quelle parti, una figura dunque da allontanare e da ripudiare senza mezze misure. Tuttavia Dragon fa ritorno in quel posto (dove però ha perso ogni cosa: la casa, la libertà e la moglie, nel frattempo finita tra le braccia di Simon), cercando di dimostrare agli altri – attraverso un atto eroico – di poter ancora vivere tra quelle persone.
Il regista prende ispirazione dall’omonimo romanzo di Dobroslav Chrobák, lasciandoci immergere all’interno di un b/n molto suggestivo. Le atmosfere sono altrettanto valide, perché “Dragon’s Return” è un film perennemente in bilico tra l’iconografia cristiana e una serie di antichi retaggi pagani di cui è pregna questa comunità: per certi versi siamo davanti a una sorta di fiaba/ballata folk, dove i sentimenti più intensi si mescolano senza soluzione di continuità (l’apice emotivo dell’opera è rappresentato dalla scalata di Dragon e Simon sulle colline che stanno prendendo fuoco). Inoltre merita un plauso lo straniante score musicale realizzato da Ilja Zeljenka, un accompagnamento tribale-sperimentale capace di rivestire una maggiore importanza rispetto ai dialoghi (qui ridotti davvero ai minimi termini).
In poche parole “Dragon’s Return” è un prodotto altamente affascinante anche se abbastanza discontinuo (nel suo piccolo, Eduard Grečner deve molto a Jean-Luc Godard), motivo per il quale la pellicola in esame non ha mai ricevuto gli stessi elogi di altri lungometraggi molto più celebrati durante quel periodo (pensiamo a due pietre miliari del cinema cecoslovacco come “Marketa Lazarová” o “Witchhammer”). Tuttavia la visione del film è piuttosto rapida e indolore (ottanta minuti), un’esperienza da rivalutare in un’ottica di riscoperta della scuola slovacca che fu.

3,5

(Paolo Chemnitz)

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