Storozh

storozhdi Yuriy Bykov (Russia, 2019)

Abbiamo capito che Yuriy Bykov (classe 1981) è un regista che ama i posti decadenti o degradati: i suoi lavori ci hanno immerso prima in un fatiscente palazzone di periferia (recuperatevi l’eccelso “Durak”), poi dentro una fabbrica (“Zavod”) e infine nel cuore di un sanatorio abbandonato circondato dalla neve (“Storozh”). Perché la Russia raccontata da questo regista è un luogo in cui l’essere umano è soltanto spettatore di un qualcosa di più grande di lui, un grigio universo che lo soffoca costringendolo a lottare quotidianamente per la sopravvivenza.
“Storozh” è il guardiano, un personaggio di nome Vlad interpretato dallo stesso Bykov: non si sa il motivo per cui un signore con le sue capacità sia finito lì (Vlad è un bravo medico), all’interno di una spettrale struttura di cemento armato distante alcune miglia dalla città. La sua solitudine viene però interrotta dall’arrivo di una coppia in fuga (Stas e Vera), due individui che chiedono ospitalità e copertura all’uomo in cambio di denaro. Quali oscuri segreti nascondono i tre protagonisti? Le risposte arrivano con il contagocce, soprattutto quando dei loschi figuri si affacciano da quelle parti per setacciare l’edificio, utilizzando metodi tutt’altro che ortodossi (Vlad subisce sia minacce che torture).
storozh2Con questa pellicola il regista di Novomičurinsk accantona il dramma sociale per fare spazio a un vero e proprio thriller intimista, non privo infatti di snodi esistenziali o melodrammatici: non a caso il rapporto tra Vlad, Stas e Vera si evolve di continuo, mettendo in luce una terribile solitudine condivisa che non può fare altro che degenerare in un conflitto tra le gelide mura di quel sanatorio. Yuriy Bykov sottolinea più volte questo senso di abbandono, una psicologia ferita che prende per il collo lo spettatore molto di più rispetto all’evolversi degli eventi (l’epilogo è piuttosto scontato).
Tra le scene da ricordare, merita sicuramente una menzione quella dell’intervento chirurgico improvvisato, una scintilla di compassione capace di riscaldare un ambiente completamente ghiacciato, soprattutto nelle relazioni umane. La critica alle istituzioni (assaporata pure in “The Major” del 2013) è dunque solo un vecchio ricordo, Bykov stavolta preferisce sbatterci in faccia la condizione misera del singolo individuo, oppresso sia dal territorio circostante che dai suoi simili. “Storozh” si rivela (tanto per cambiare) l’ennesimo film russo poco consolante, un prodotto privo di grandi ambizioni ma ricco di importanti significati. Da vedere.

3,5

(Paolo Chemnitz)

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