Django

djangodi Sergio Corbucci (Italia/Spagna, 1966)

Anche se il vero capolavoro western di Sergio Corbucci è senza dubbio “Il Grande Silenzio” (1968), “Django” è uno dei pochi prodotti appartenenti al genere che brilla di luce propria, una pellicola imitata in lungo e in largo (i sequel apocrifi non si contano) e fonte di ispirazione per registi del calibro di Takashi Miike (“Sukiyaki Western Django”) e Quentin Tarantino (“Django Unchained”). Se nell’opera di Corbucci vengono meno alcune prerogative importanti (l’epica di Sergio Leone è assente, così come qualsiasi approfondimento psicologico dei personaggi), è fondamentale rimarcare lo spessore iconografico del protagonista, un Franco Nero ironico e sprezzante qui egregiamente doppiato da Nando Gazzolo.
La prima inquadratura è già cult: Django è ripreso di spalle mentre trascina una bara, il cui contenuto lo scopriamo soltanto più tardi (“you can clean up the mess, now. But don’t touch my coffin”). L’uomo è diretto verso un paese alquanto tetro e decadente, dove due bande si contendono il potere, un po’ come si era visto in “Per Un Pugno Di Dollari” (1964). Django però ha un obiettivo ben diverso rispetto a quello di Joe/Clint Eastwood, una vendetta che attende soltanto il momento propizio per essere attuata.
django2In “Django” la violenza è costante: la povera Maria punita a colpi di frusta è solo uno dei tanti momenti di pura crudeltà, perché nel corso della visione il livello di sadismo cresce a dismisura non risparmiando nessuna delle parti coinvolte (la immagini dell’orecchio mozzato o quelle delle mani maciullate non si dimenticano facilmente, chiedere a Quentin Tarantino). Ma c’è di più, perché questo storico spaghetti-western è un lavoro dannatamente cupo, nel quale si muore dentro le sabbie mobili o si stramazza esanimi nel fango, un elemento chiave che ritorna in moltissime sequenze del film. Franco Nero veste i panni dell’antieroe per eccellenza, un vendicatore solitario costretto a vedersela prima con i sudisti/razzisti del villaggio (molto suggestivo il contrasto tra il rosso dei loro cappucci e il grigio squallore della location) e in seguito con i rivoluzionari messicani, con i quali attua un ingegnoso doppio gioco. In mezzo a questi due fuochi, c’è una zona neutrale, un saloon imbottito di sgargianti prostitute trattate peggio degli animali.
Il comparto tecnico funziona bene (curiosità: l’assistente alla regia è il giovane Ruggero Deodato), Sergio Corbucci punta dritto al sodo e infonde un buon ritmo alla narrazione, soprattutto durante una prima parte veramente eccellente. Bisogna comunque sottolineare un altro aspetto positivo del film, ovvero la colonna sonora di Luis Bacalov, il cui tema principale è diventato uno dei più amati di sempre nel genere di riferimento. Il nostro Django ha dunque le sembianze di un mito, di un misterioso uomo in nero capace di condurre il western all’interno della sua dimensione più funerea, per un film sporco e sudicio entrato di diritto tra i classici made in Italy del periodo.

4

(Paolo Chemnitz)

dj

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5 thoughts on “Django

  1. Il grande è di un altro livello. Uno dei western più belli e innovativi della storia del cinema. Un antiwestern direi. Django è un buon film,molto bello,anzi,ma il grande silenzio è il capolavoro assoluto di Corbucci.

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  2. Ciao paolo,volevo chiederti se secondo te il grande silenzio è un film da 5 stelle. Io lo trovo straordinario e tra l’altro, rivisto pochi giorni fa su YouTube, non ha perso un briciolo della sua forza. Che ne pensi?

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